Dall’Askatasuna al Leonkavallo, la galassia antagonista prova a fare gruppo. Ma il caos è l’unica certezza.
Il mondo dei centri sociali ha deciso: è ora di smetterla di giocare a nascondino tra i magazzini occupati e tentare il grande salto nella politica che conta. L’idea è quella di creare un movimento che sia l’incubo del governo Meloni. Un progetto ambizioso, se non fosse che mettere d’accordo realtà come il Leoncavallo e lo Spin Time è un’impresa che farebbe impallidire i più esperti mediatori internazionali.
La “compagnia dell’anello” (rosso)
Per non farsi mancare nulla, la coalizione ha precettato tutto il repertorio della sinistra radicale e dei collettivi urbani. Ecco i protagonisti di questa nuova, improbabile alleanza:
-
Askatasuna (Torino): i capofila del progetto, noti più per le cronache giudiziarie che per i successi elettorali.
-
Leoncavallo (Milano): il pezzo d’antiquariato dell’occupazione milanese, sempre pronto a rispolverare la retorica degli anni ’70 che non passa mai di moda.
-
Labas (Bologna): la quota emiliana che tenta di dare un tocco di “intellettualismo” alla barricata.
-
Spin Time (Roma): i teorici del “caos come nuovo ordine”. Perché, si sa, per governare un Paese la prima cosa da fare è staccare la spina alla logica.
-
Officina99 (Napoli): la voce del Sud, per garantire che il malcontento sia equamente distribuito su tutto lo Stivale.
A questo mix esplosivo si aggiungono i soliti noti: il movimento No Tav, i sindacati di base e i collettivi universitari (Cua, Cambiare Rotta), tutti uniti dal sacro fuoco della protesta permanente.
Tra università e occupazioni “lampo”
Il debutto è andato in scena al Campus Einaudi di Torino, in un’aula ottenuta — ironia della sorte — proprio da quell’istituzione che i collettivi considerano il braccio armato del sistema. Tra i vari interventi, spicca quello del predicatore Brahim Baya, che tra una denuncia di “repressione” e l’altra ha ricordato a tutti che l’università è un luogo di lotta. Una visione del mondo che sicuramente farà felici gli studenti che vorrebbero solo dare un esame in pace.
A Milano, invece, la rete FareSpazio ha scelto il metodo classico: l’occupazione “mordi e fuggi” di una scuola abbandonata in corso Lodi. Il tutto per discutere di genocidi, patriarcato e diritto alla città, magari tra una birra calda e un po’ di musica techno di sottofondo.
Il manifesto del “non-partito”
Il loro manifesto, “Rispondere insieme al governo Meloni è possibile”, è un capolavoro di equilibrismo verbale. Non lo chiamano partito perché fa troppo “sistema”, ma i toni sono quelli di chi punta alla poltrona (o almeno a una sedia pieghevole in piazza). Si dicono “opposti e solidali”, uniti contro il DDL 1660 e in nome della Palestina.
Resta da capire come pensino di cambiare le cose persone che, per loro stessa ammissione, preferiscono il caos al dialogo. Ma in fondo, nel magico mondo dell’antagonismo, l’importante non è arrivare alla meta, è avere una scusa per sfilare il sabato pomeriggio.