All’aeroporto di Amman, il presente del diritto cammina su ruote

Esteri
Sono in Giordania, all’aeroporto internazionale di Amman.

Cammino tra gate e duty free, trascinando una valigia e pensieri professionali, quando qualcosa si inserisce nel flusso consueto del passaggio umano. Non parla. Non chiede spazio. Non si ferma ad osservare. Avanza.

È un robot per la pulizia dei pavimenti.

Nessun operatore accanto. Nessuna mano sul comando. Nessuno sguardo umano che lo guidi. Si muove da solo, rileva l’ambiente, evita ostacoli, ottimizza il percorso. Attorno a lui scorrono viaggiatori, personale aeroportuale, spazi commerciali. Nessuno si ferma. Nessuno sembra stupito. La convivenza tra persone e macchina è già diventata normalità.

Ed è proprio questa normalità a essere giuridicamente destabilizzante.

Perché non sto osservando una tecnologia “in prova” o una curiosità futuristica. Sto osservando una decisione automatizzata che opera nello spazio pubblico, in un luogo ad altissima densità di persone, dati, diritti e responsabilità. In quell’istante la fotografia smette di essere un’immagine interessante e diventa una domanda giuridica che non possiamo più eludere.

Chi risponde se il robot urta una persona? Chi è responsabile se un malfunzionamento genera un danno? Chi è il titolare del trattamento se i sensori raccolgono immagini, traiettorie, informazioni sui movimenti delle persone?

Non è una questione teorica. È una questione di imputazione giuridica. La macchina non è un soggetto di diritto, ma non è nemmeno neutra. È il risultato di una scelta organizzativa: qualcuno ha deciso di introdurla, programmarla, integrarla in uno spazio aperto al pubblico. Ed è lì che la responsabilità torna ad avere un volto giuridico preciso.

Dal punto di vista della protezione dei dati personali, quel robot “vede” l’ambiente. Anche se non registra volti in senso stretto, percepisce, analizza e trasforma lo spazio in informazione. Questo basta per attivare il perimetro della privacy, della minimizzazione dei dati, della trasparenza verso gli interessati.

Nel diritto civile, genera nuovi profili di responsabilità per danni da attività automatizzata. Nel diritto del lavoro, affianca o sostituisce mansioni umane, ridefinendo ruoli e tutele. Nel diritto della sicurezza, opera tra le persone, non in un ambiente controllato o sperimentale.

Non è “solo” un robot. È un atto organizzativo automatizzato che produce effetti giuridici reali.

Il diritto, come spesso accade, arriva dopo. Ma in questo caso il ritardo non è più sostenibile. Continuare a parlare di intelligenza artificiale come di un tema futuribile significa non vedere ciò che già cammina accanto a noi, silenziosamente, negli spazi pubblici.

La vera domanda non è se queste tecnologie siano legittime. Nei fatti, lo sono già. La domanda è se il nostro sistema giuridico sia pronto a governarle, assumendosi la responsabilità delle scelte tecnologiche che vengono fatte oggi.

Mentre il pavimento dell’aeroporto di Amman torna a brillare, il rischio è che il diritto resti opaco. E un diritto che non illumina le trasformazioni in atto finisce per inciampare proprio lì dove avrebbe dovuto fare chiarezza.

Questa immagine non racconta il futuro. Racconta il presente. E il presente, per chi si occupa di diritto, non è mai neutro è sempre una responsabilità.

Avv. Simona Maruccio

simona@maruccio.it

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