Si ripropongono ancora una volta a Palazzo Marino le fratture, le opinioni contrapposte, lo sfaldamento della maggioranza comunale che dovrebbe invece garantire compattezza d’intenti.
Dopo l’incendio che ha costretto al trasferimento di 250 detenuti, Sala ha riproposto di spostare il carcere di San Vittore, e di lasciare a verde pubblico l’area. “Non si può andare avanti così, poteva anche essere una tragedia quella dell’altro giorno.” ha commentato il sindaco “Lo dico da tempo, so che non tutti sono d’accordo, ma non credo che San Vittore possa essere un carcere per il futuro: è comodo per tanti perché è vicino, però le condizioni di vita non sono assolutamente dignitose… Credo che si debba pensare a una ricollocazione. Poi, non toccherà ovviamente più a me, ma secondo me la soluzione ideale sarebbe una ricollocazione di San Vittore e lasciare lì un unico solo parco, solo spazio verde”.

Ed è polemica. Giungi consigliere del Pd e avvocato, nonché vice presidente della sottocommissione carceri e Nahum (Azione) ad esempio non sono d’accordo.
Il tema dello spostamento del carcere di San Vittore è una questione di lunga data, che torna ciclicamente alla ribalta ogni volta che si verificano episodi critici. Di recente, il sindaco Giuseppe Sala l’ha riproposto con una certa frequenza. Tuttavia, la sua posizione non trova unanimità all’interno della maggioranza di centrosinistra.
Tra i contrari c’è appunto Alessandro Giungi che, intervistato da Milano Today, ha sottolineato come i recenti eventi non facciano che evidenziare la crisi strutturale della casa circondariale. Il riferimento è non solo al recente incendio che ha richiesto il trasferimento dei detenuti, ma anche a quello di ottobre nelle aule scolastiche, da allora inagibili.
Manutenzione carente e sovraffollamento: le cause sistemiche
Secondo Giungi, l’episodio più recente si sarebbe potuto evitare con “un minimo di manutenzione e controllo”.
Il consigliere identifica le vere ragioni dei problemi di San Vittore in due fattori “sistemici”: la scarsa manutenzione e il sovraffollamento record, che sfiora il 220% della capienza. “Da oltre 20 anni, due raggi sono chiusi senza che si intervenga per il loro ripristino. È solo propaganda parlare dell’apertura di nuove strutture penitenziarie, quando neppure si è in grado di prendersi cura di quelle esistenti”, ha dichiarato Giungi.
Un problema di visibilità
Per Giungi, la collocazione centrale di San Vittore “dà fastidio per la sua visibilità”, poiché obbliga la politica e l’opinione pubblica a interrogarsi sul grave stato di fatiscenza e sovraffollamento delle carceri italiane nel loro complesso.
L’auspicio del consigliere è che San Vittore possa tornare a ospitare un numero di detenuti non superiore a quello

previsto, che le carenze nell’organico della Polizia Penitenziaria vengano colmate e che siano stanziati i fondi necessari per la manutenzione ordinaria e straordinaria.
Giungi conclude con una critica netta alla proposta di delocalizzazione: “Chiudere San Vittore non risolve nessuno dei problemi ma certamente aiuta a rendere meno evidente quanto grave sia la situazione di tutte le strutture penitenziarie italiane”.
E da parte sua anche Nahum (Azione) è contrario “Il punto non è se spostare o meno San Vittore, idea che reputo folle e impraticabile, ma guardare in faccia la realtà: il tasso di affollamento è diventato inumano. Siamo oltre il 220%. Una vergogna indegna per uno Stato di diritto. Non servono nuovi edifici, servono soluzioni vere come un serio provvedimento di indulto e amnistia per svuotare subito le celle, comunità terapeutiche sul territorio per chi ha problemi di dipendenze e un potenziamento reale delle pene alternative alla detenzione. Basta con questo dibattito inutile sui traslochi: iniziamo a parlare del fallimento del carcere così come è concepito oggi”.

Soggettista e sceneggiatrice di fumetti, editore negli anni settanta, autore di libri, racconti e fiabe, fondatore di Associazione onlus per anziani, da dieci anni caporedattore di Milano Post. Interessi: politica, cultura, Arte, Vecchia Milano
Un degenerato