Ci sono momenti in cui il giornalismo di cronaca smette di essere un servizio alla verità e alla collettività, e diventa qualcos’altro: una corsa al sospetto, un gioco crudele di deduzioni affrettate, un meccanismo che fabbrica colpevoli prima ancora di comprenderne le storie. L’incidente di viale Fulvio Testi, costato la vita al diciannovenne Pietro Silva Orrego, è uno di questi momenti. Un caso che ci obbliga a guardarci allo specchio e a chiederci cosa stiamo diventando.
Per ore, forse per un’intera giornata, un ragazzo di vent’anni — sporco di sangue, senza una scarpa, sconvolto per aver visto morire un amico — è stato indicato come il guidatore del Suv Mercedes spezzato in due sull’asfalto. Il sospettato perfetto. A indirizzare gli sguardi, una testimonianza raccolta a caldo, parole incerte, una bugia detta nel panico, forse per paura, forse perché sopraffatto dallo shock. Tanto è bastato per trasformarlo nel protagonista sbagliato di una narrazione spettacolare, spinta senza prudenza.
Eppure, quel ragazzo era un soccorritore. Urlava “ci sono i miei amici che stanno morendo”. Provava a sfondare i vetri della cabina per tirarli fuori. Quel calcio al vetro — ripreso da passanti che molti commentatori non esitano a criticare quando parlano di “voyeurismo da tragedia” — è la prova che lo ha salvato dal pubblico ludibrio. Senza quei video, oggi sarebbe probabilmente additato come un assassino.
Paradosso crudele: lo stesso gesto che denunciamo come sintomo della società-smartphone è ciò che ha impedito l’ennesima ingiustizia mediatica.
Le indagini della Procura hanno chiarito ciò che la cronaca frettolosa aveva deformato: alla guida del Suv c’era il ventitreenne che lo aveva noleggiato, risultato positivo ai pre-test per alcol e droga. Indagato, come il trentaduenne che guidava la Opel Corsa, anche lui positivo alle sostanze. E mentre gli investigatori lavoravano a ricostruire dinamiche, precedenze e semafori ignorati, una parte del sistema informativo inseguiva il racconto più semplice, più emotivo, più vendibile: il colpevole immediato.
Il problema non è l’errore — l’errore può capitare — ma la velocità compulsiva con cui lo si trasforma in verità pubblica. L’indignazione è diventata un riflesso, non più una scelta; la complessità, un fastidio. Così un ragazzo disperato, arrivato davvero per soccorrere gli amici, è stato sacrificato sull’altare della narrazione istantanea.
Questi sono i giorni più bui del giornalismo di cronaca: quelli in cui la ricerca della verità è meno importante del bisogno di un colpevole entro il titolo delle 12. In cui la cautela è derubricata a debolezza e il verificare diventa opzionale. In cui un Buon Samaritano rischia di perire sotto le pietre lanciate contro di lui, e non succede solo per ciò che molti — non a torto — criticano: le riprese fatte da chi passa, gli smartphone sempre accesi.
Forse è il momento di riconoscere che il problema non sono i video, ma l’uso che ne facciamo. E soprattutto, il modo in cui scegliamo di raccontare — o distorcere — le storie delle persone coinvolte nelle tragedie.
Raccontare non significa indovinare. Significa aspettare, verificare, capire. Significa, prima di tutto, non fare del dolore un bersaglio.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.
Il Giornalismo è morto da anni e questo è un esempio anche di come la disinformazione non sia solo guidata da terzi ma sia causata anche dalla leggerezza e dall’, incompetenza che dilaga nella professione.
È giornalettisno.