Luca Palamara: “Per battere le correnti servono 5 sì ai referendum”

Economia e Politica

Luca Palamara, già a capo dell’Anm, arriva in redazione al Riformista Tv e va in onda con il sottopancia “Saggista”. Non a sproposito: Il Sistema, che ha scritto a quattro mani con Alessandro Sallusti, va per la maggiore. Lobby e Logge, suo secondogenito, segue quella strada. Sedici edizioni che hanno superando le 300.000 copie vendute per il primo titolo. Un successo che ha pochi eguali: è stato il caso editoriale dell’anno. E da qui partiamo: tutti quei lettori, presumibilmente interessati alla giustizia, informati, forse perfino indignati, non sono l’indice di una base mobilitata e pronta ad attivarsi per votare e far votare, al referendum di domenica? Intanto diciamo cosa farò io, domenica”, propone lui. Palamara andrà a votare e voterà cinque Sì: “È il segnale più forte che si possa dare. Perché se la politica continua a dire che deve fare tutto il Parlamento, e quello non decide, è doveroso per i cittadini farsi sentire con gli strumenti che la democrazia mette a disposizione”.

E sulla riforma Cartabia, che giudizio dà?
Molto negativo. Una riforma insufficiente che non risolve niente, proprio a partire dal primo dei problemi, l’elezione dei membri del Csm. Capisco che nasca sulla base di altri presupposti, che bisogna dare un segnale all’Europa per il Pnrr. Ma non così.

Qual è la soluzione che indica?
Il sorteggio è l’unica strada se vogliamo risolvere i problemi delle correnti che indicano i loro e pesano con il bilancino decisioni, promozioni e spostamenti. Se il Csm è l’organo supremo del diritto non può essere sottostante a dinamiche che mutuano quelle della peggiore politica”.

Perché tanti si oppongono al sorteggio?
Perché rompe il giochino. Si sa già chi deve andare al Csm, chi deve diventare Procuratore in questo o quell’ufficio, chi deve assumere una Direzione… Con il sorteggio niente sarebbe più possibile per le correnti.

A proposito di politica, è una sua passione.
Non l’ho mai negato. È una mia passione. Rilancerò l’idea di una mia candidatura alle politiche del 2023. Saranno i cittadini a decidere, io dirò quello che voglio fare per cambiare la giustizia che rimane il problema numero uno del Paese.

Con chi si candiderà? Ha già preso accordi?
La compagnia è importante, ma non è tutto. Andiamo avanti step by step. Voglio partire dalle mie idee, vedrò con chi mi sarà possibile realizzarle.
Andare in fondo e conoscere le storie. In Italia il tema della giustizia è stato trattato solo da una parte, ritenendo che lì vi fosse la verità. Invece penso sia importante che tutti possano capire come funzionano i meccanismi. E soprattutto, ci tengo a dirlo al Riformista: l’ho scritto per i magistrati, per coloro che credono nella magistratura corretta e che vogliono cambiarla in meglio.

Dopo il successo de Il Sistema, da dove parte Lobby e Logge?
Dalla Loggia Ungheria, dai suoi verbali, dal racconto dei Pm titolari diretti del dibattimento, mi riferisco a Paolo Storari, che hanno un po’ squarciato quella vulgata iniziale secondo la quale esistono delle lobby di pressione esterne che hanno in qualche modo influenzato, inciso sulle nomine. Se ne Il Sistema il focus era su come il sistema delle correnti incide sulle nomine privilegiando l’appartenenza correntizia rispetto al merito, questo secondo è invece un modo di dire perché in determinate situazioni i magistrati utilizzano determinate dichiarazioni per altri fini. Ogni riferimento al processo Eni è puramente causale.

Se i suoi libri, che affondano sulla giustizia, sono così venduti, perché si dice che la gente non ha interesse in questi temi, a proposito del referendum?
Quello lo dice chi non vuole accendere la luce sui quesiti, chi ha interesse a farli naufragare. Io ho presentato il libro in tutta Italia, sempre un pienone di persone, di domande, di interventi dal pubblico. Chi sostiene che la giustizia malata, il Csm da cambiare etc. non interessa la gente, beh, non conosce il Paese o non capisce la gente.

Sul quorum la battaglia non sarà facile.
Per mille ragioni. Ma anche quando non si dovesse riuscire a raggiungere la fatidica quota, però sarà chiaro che i cittadini si stanno riappropriando della discussione su un tema che è di tutti. Ed è talmente importante che la giustizia non sia di proprietà di questo o di quello ma di tutti, perché tutti hanno diritto ad avere una giustizia giusta, una giustizia che funziona, una giustizia che non è politicizzata. Questo alla gente interessa. Se se ne fosse parlato un po’ di più, sarebbe stato meglio, certo”.

Si diceva di lei che è uomo di relazioni alte, perfino oscure. E invece è diventato uomo delle piazze.
Bisogna saper fare da pungolo. La mia esperienza di divulgatore mi dice che le persone sono interessate, eccome. Ho smesso di parlare agli addetti ai lavori e adesso mi rivolgo ai cittadini, che sono decine di milioni e in gran parte stanchi di questa giustizia che frena tutto il Paese.

La sua prima prova elettorale per le suppletive a Roma le è piaciuta? Si è buttato a capofitto…
E un buon risultato l’ho avuto, da solo, senza alcun partito, alcun finanziamento. Senza simboli. Non vado alla ricerca di vendette. Né di visibilità. Voglio mettere in pista progetti di riforma della giustizia. Non ho costruito intese di potere, con le suppletive: ho parlato con le persone, con i cittadini, con gli studenti.

È finito nel mirino del Fatto, naturalmente. Come avversario politico, a questo punto.
Una delle firme più rappresentative del Fatto Quotidiano, Antonio Padellaro, ha detto che i libri si vendono quando parlano male della magistratura. Gli rispondo da qui, dalle vostre colonne, se posso.

Prego.
Padellaro, non parlerò mai male della magistratura, ma di come può funzionare meglio. La giustizia non è un terreno che deve dividere, ma che può unire. Ma bisogna dire la verità, altrimenti si porta la politica giudiziaria a fare lo strumento di contrapposizione tra fazioni politiche contrapposte. Ed è una stortura democratica, una ferita insopportabile.

Anche quella delle porte girevoli è una criticità. Passare dalla magistratura alla politica può essere una strada a senso unico, in uscita.
Questo è diventato un problema adesso. Quando negli anni Novanta la magistrata Elena Paciotti passò dal tribunale al Parlamento, la sinistra la accolse a braccia aperte. E gli esempi sarebbero tanti. Giusto pensare a una riforma che valga per tutti”.

Separazione carriere e funzioni, è fondamentale separare inquirenti e giudicanti, o sbaglio?
Oggi viviamo una contraddizione profonda. Ci sono pm che si giocano la carriera su certi processi, come può opporvisi il loro amico e sodale magistrato giudicante, dopo anni di osmosi? Nella magistratura c’è un mantra, una frase che si ripete sempre.

Quale?
Le carriere non si toccano, non debbono essere separate. Anche quello è un giochino che non può essere manipolato da altri, non lo consentono. I magistrati vogliono fare carriera, e per farla si devono specializzare. Costruendo poi cordate, in un gioco delle parti. Io nella mia nuova veste l’ho sperimentato: il diritto alla difesa non può essere garantito senza separazione delle carriere.

E se il referendum andasse male?
Ci penserò io, in Parlamento. Con la prossima legislatura. Ne vedrete delle belle….

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