Il Marchese Gabriele Arezzo di Trifiletti

Cultura e spettacolo

“La Sicilia è l’isola delle contraddizioni più forti e spesso stridenti: nei suoi paesaggi, nel carattere dei suoi figli come nelle pagine della sua storia. Storia e sogno si mescolano nelle atmosfere lente e sfavillanti, descritte da poeti e scrittori, della nobiltà siciliana, tra lusso e decadenza, tra sfarzo e fatiscenza. Quella del collezionista di merletti è una di quelle storie che possono accadere solo in Sicilia. ”Così iniziava un mio articolo del 19/12/2016 sulla pagina culturale de Il Giornale, che raccontava la storia incredibile, come soltanto in Sicilia possono accadere, del Marchese Gabriele Arezzo di Trifiletti.

Gabriele aveva dedicato la sua vita a una sola passione: collezionare abiti, ventagli, scarpe, borsette, cappelli e migliaia di altri oggetti ancora. Raffinato gentiluomo appartenente a due tra le famiglie più nobili e più antiche di Sicilia: gli Arezzo, antica famiglia ragusana e gli Amari (illustre famiglia di storici e di politici, come Michele o Emerico) con i quali erano in parentelae i cui stemmi sono ancora raffigurati nell´omonima sala del castello di Donnafugata a Ragusa.

In quell’articolo raccontavo del nostro incontro nella sua casa museo, circondato da  collezioni che abbracciavano più di tre secoli di moda: abiti dal 500 al 900, maschili e femminili, ma anche corpetti, camicie, mantelle, scialli, biancheria intima, guanti, calze, veli, cappelli maschili, femminili, militari ed ecclesiastici, scarpe, pettini, ditali, borse, ombrelli, oggetti da cosmesi, ventagli ecc.

Un uomo che amava raccontarsi con semplicità: “Quando venni in possesso di questa ingombrante eredità ero appena separato e da solo, in un momento in cui ero particolarmente avvilito, con una bambina da crescere, mi misi a catalogare tutto il contenuto dei bauli; lentamente cominciai a studiarli, quando ancora non esisteva nessun tipo di documentazione sulla moda in Sicilia e gli unici riferimenti di storia del costume erano francesi. Trascorsi gli inverni degli anni a seguire facendo ricerche e giungendo alla conclusione che quella che mi era capitata non era semplicemente un’enorme collezione di abiti bensì quattro secoli di storia di una famiglia che per tutto quel tempo aveva conservato non solo i suoi vestiti ma qualunque tipo di accessorio“.

L’amicizia con Gabriele era proprio nata grazie a quell’intervista: i suoi racconti, le sue avventure, gli aneddoti per ogni vestito o oggetto recuperato avrebbero meritato un libro a parte e invece mi convinse a seguirlo in una impresa titanica. Dopo anni di trattativa il comune di Ragusa aveva finalmente dato il benestare per l’acquisizione dell’intera collezione grazie a un uomo illuminato come Giuseppe Nuccio Iacono. Fu in un certo qual modo un modo per rasserenarsi: uno dei suoi più grandi crucci era proprio quello che la Collezione tanto amata non trovasse una giusta collocazione, ho perso il conto delle volte in cui mi ripeteva che se la Sicilia non gli avesse trovato un luogo idoneo per esporla avrebbe ceduto la collezione a Palazzo Pitti, che tanto premeva per acquistarla. Per mesi una intera squadra di persone lavorammo a quel progetto: fotografare, descrivere e riporre nuovamente più di 4.000 pezzi tra abiti e accessori.

Oggi al Castello di Donnafugata, oggi MuDeCo, vengono allestite delle mostre uniche al mondo grazie a un uomo che quei vestiti li ha amati, curati, tutelati senza mai nessun aiuto da parte dei Beni Culturali, quintali di naftalina comprati a sue spese. Avere collaborato a questa grande impresa, accanto a uno degli uomini più colti che la Sicilia abbia avuto in questi ultimi anni, mi riempie di orgoglio. Una grande amicizia, come poche tra un uomo e una donna: ore e ore a raccontare le nostre paure, le nostre sofferenze e a correre quando ce n’era bisogno. Un uomo dalla grande generosità, dall’animo nobile, la cui disponibilità aveva dello straordinario. Non voglio pensare che tu non ci sia più Gabriele, preferisco immaginarti nella tua Castellana, davanti al camino, con Chicco ai tuoi piedi, che narri a qualche amico, quelle incredibili vicende che solo tu potevi raccontare.

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