La distinta signora Ceciarelli andava a Sabaudia non a Capalbio

Cultura e spettacolo RomaPost

È morta nella sua casa capitolina Maria Luisa Ceciarelli, romana 91nne, in arte Monica Vitti. A parte qualche mostra e film rievocativi (la mostra La dolce Vitti ed il docufilm Vitti d’arte, Vitti d’amore nei  provinciali Festival e Festa del Cinema di Roma delle edizioni 2011 e 2021), non si parlerà molto della due volte Commendatore e Grande Ufficiale della Repubblica italiana e Legion d’Onore di quella francese, tutti titoli riconosciutele negli ’80. Malgrado sia stata la donna più rilevante dello spettacolo per mezzo secolo, non verrà ricordata, pur bella, per la bellezza ed il sexappeal. Non verrà ricordata, pur elegante e distinta, per il contributo intelligente al dibattito. Non verrà ricordata, pur alto romana, di ottima dizione, per il contributo educativo e formativo. Non verrà ricordata, pur concretamente borghese, senza falkiane e garbiane alterigie aristocratiche, per l’assenza di faziosità politica e di cattiveria personale. Dunque, non verrà ricordata, malgrado fosse bella, intelligente, elegante, borghese, e probabilmente proprio per questo.

La malattia che l’ha perseguitata per un ventennio, in qualche modo era venuta fatalmente a coincidere con la chiusura della sua epoca e della sua arte. Il premio di Berlino ’84 ed il Leone d’oro alla carriera a Venezia ’95 furono i chiodi alla tomba artistica della primattrice che aveva a ruolo quattro film e 8 sceneggiati tv nei ’50, venti film nei ’60, 21 nei ’70 e 7 tra ’80 ed ’83, a fianco del quartetto della commedia all’italiana del nostro periodo televisivo brezneviano, Tognazzi scomparso nel ’90, Mastroianni nel ’96, Gassman nel 2000 e Manfredi nel 2004. Dopo l’83, la china per il tramonto va per gradini. Prima il ritorno al teatro, nell’87 e ’88, ed alla tv varietà delle origini, tra ’93 e ’94 e poi ’99. Poi l’ultimo film del ’90, da lei anche diretto e la caduta della miniserie tv del ’92, penosamente con Dorelli. Infine, i due libri autobiografici del ’93 e ’95. Non a caso i francesi de Le Monde l’avevano data erroneamente per scomparsa, già nell’88.

Monica Vitti “la sciantosa” in Milleluci 1974

In tv c’era stata alla sua acme, nel ’74, per una rapida apparizione; a Milleluci e pur da Bellezza al bagno e da Tirabusciò della mossa, non sembrava scugnizza come le Carrà e Mina, abili venditrici di sé stesse fino all’ultimo. Poi di nuovo nel ‘78 con De Filippo (l’Eduardo). Il suo mondo era però quello di professionista di film sotto la regia di Antonioni, Monicelli, Brass, Salce, Festa Campanile, Jancsó, Buñuel, Cayatte, Ritchie, Sordi. Senza particolari teorizzazioni o sgomitate, aveva imposto l’inarrivabile figura di attrice brillante, non comica, che fa ridere, senza calunnie contro qualcuno, dialettismi, parolacce. E non ce n’è stata più un’altra. Non era però nel pelo della storia; completamente inserita nella produzione nazionalpopolare democristiana di Baudo e Sordi, odiata dai Moretti e dai Caltagirone, si eclissò con la fine di quella, alla svolta di Mani pulite. Non aveva nel carnet qualche figura proletaria presasi sul serio stile Melato, né qualche eroina abortista se non presa in giro. Il suo periodo giovanile movimentista l’aveva vissuta nella cubista futuristica incomunicabilità ai tempi in cui un regista di successo poteva vivere pigmalionemente e condividere set e letto con la giovane protagonista, senza che i piagnoni del me-too uccidessero estro, sensi, case di produzione e filoni.

Una professionista come la romana Ceciarelli, non poteva però poggiare il suo lavoro sulla vita privata, su beghe di amicizie politiche e su cordate di ascese in altri campi. Macchina da lavoro, l’attrice brillante era un punto fermo negli standard inamovibili imposti da Bernabè, di cui abbiamo al Quirinale una replica, e proseguiti dai moralisti sinistri.

Vitti-Giannini A mezzanotte va la ronda del piacere (1975)

L’epoca era quella in cui la ballerina ballava, la stripteuse mostrava, la giornalista scriveva, la politica politicava, l’insegnante insegnava, la valletta restava muta; ciascuno aveva un ruolo ed un percorso fondati su fatica e impegno che non erano sostituiti dal mantra di icona e femminista. Ben poco l’una e l’altra, la professionista Ceciarelli non caricava troppo i ruoli socialutopistici che registi e sceneggiatori le assegnavano. Era semplicemente capace, virtuosa, una Duse della miniguerra fredda all’italiana, che con lei non traspariva molto, dalla Shoah agli anni di piombo. I suoi ruoli erano quelli di cabarettista, sedotta e abbandonata, doppia coppia borghese.

Dopo Mani pulite, non poteva essere riciclata malgrado il medagliere (David di Donatello, Bafta, Nastri d’argento, Globi d’oro, Concha de Plata, San Sebastián, Ciak d’oro, Grolle d’oro), la veglia alla tomba di Berlinguer del ’84, la presenza al Giubileo ed all’Ulivo perdente rutelliano. L’impiccione Uolter, anche nel triste momento finale ha voluto rimarcare l’amicizia con la famiglia. Non certo per lui alla Vitti venne risparmiata la vendetta benignesca del ribaltone palpatorio toccato alla Raffa, che lo subì per lavorare ancora. La signora, di nome e di fatto, Ceciarelli, regina della commedia all’italiana, non poteva essere trattata così, non perché fosse il monumento dalla voce roca (ma non orgasmica cardinalesca) ma per il suo professionismo. Mica andava a Capalbio, stava a Sabaudia.

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