Contagi, energia, inflazione. Ma rimane un cauto ottimismo sull’industria

Politica

L’anno nuovo comincia nel segno delle preoccupazioni per l’immediato futuro dell’economia. Imprese e consumatori vivono con inquietudine il drammatico aumento dei prezzi dell’energia, che si riflettono sulla crescita dell’inflazione. E su tutti pesa l’andamento della nuova ondata della pandemia da Covid, con l’altissimo livello di contagi della variante Omicron: pensavamo di essere finalmente usciti dalla restrizioni che investono attività economiche e relazioni personali e invece siamo ancora qui, tra pericoli e limiti ai viaggi, agli incontri, alle iniziative culturali e sportive, agli affari. E il Governo, che dovrebbe concentrare tutte le sue energie sugli investimenti alimentati dai fondi del Recovery Plan della Ue (molto ha comunque fatto e programmato, per nostra fortuna), è costretto a occuparsi ancora con defatigante impegno dell’emergenza sanitaria, mentre tra le forze di maggioranza crescono tensioni, divari e conflitti politici.

La prossima scadenza per l’elezioni del presidente della Repubblica, in un contesto politico confuso, rissoso, segnato da velleità e vanità personali e particolari, aggrava in quadro. Lo spread tra titoli italiani e tedeschi in crescita da alcune settimane è un allarmante termometro delle preoccupazioni dei mercati finanziari internazionali sui rischi di instabilità politica nel nostro paese.

Eppure, nonostante tutto, pur nella piena consapevolezza della nostra fragilità politica, economica e sociale, vale la pena dedicare una grande attenzione anche ad altri segnali di fondo sulle condizioni di salute dell’economia. Apprezzare i risultati conseguiti da una stagione di impegno innovativo e di investimenti delle imprese. E insistere sui dati su cui fare leva, per rafforzare la crescita in corso (quel 6,3 di aumento del Pil segnato nel 2021 è in gran parte rimbalzo dopo il crollo del 2020, ma ha pure rilevanti elementi strutturali).

Il primo dato da considerare riguarda l’aumento del numero dei brevetti, sintomo di investimenti innovativi e di lungimirante intraprendenza. Il secondo documenta le ottime prestazioni dei settori più impegnati nell’export sui mercati globali.

Cominciamo dai brevetti. Le domande pubblicate dall’Epo (EuropeanPatent Office, dati 2020) sono state 4.465, con un aumento del 5,3% rispetto all’anno precedente. Anche in piena pandemia, insomma, le imprese e gli enti di ricerca ma anche le persone fisiche hanno continuato a lavorare, creare, innovare.

Analizzando meglio i dati, secondo gli approfondimenti di Unioncamere-Dintech, un brevetto su cinque riguarda le sei KeyEnabling Technologies raccomandate dalla Ue come settori d’avanguardia e motori generali di sviluppo e cioè biotech, fotonica, materiali avanzati, nano e microelettronica, nanotecnologie e manufatti avanzati, cioè robotica e automazione industriale. Proprio in quest’ultimo settore, i brevetti sono stati 670, 53 in più dell’anno precedente, con un aumento percentuale del 9% circa, ben più alto della media generale del 5,3% di cui abbiamo parlato: un segno evidente della forza innovativa della nostra meccatronica.

Ancora qualche dato su cui riflettere: la prima regione per capacità innovativa è la Lombardia (1.506 brevetti), seguita dall’Emilia Romagna (703), dal Veneto (596) e dal Piemonte (480). Sono le aree a maggior presenza industriale, che consolidano il loro primato nazionale e confermano una solida forza produttiva di livello europeo. D’altronde, è una tendenza di lungo periodo: guardando i dati dal 2008 a oggi, l’80% dei brevetti è arrivato dalle regioni del Nord, ricche di imprese, centri di ricerca, università pubbliche e private efficienti.

La locomotiva industriale del Paese continua a funzionare. Anche se è sempre più chiaro che tutto il resto del paese deve crescere in termini di innovazione, cultura dell’impresa e del mercato, produttività e competitività.

La seconda serie di dati rassicuranti sul futuro dell’economia italiana riguarda la forza dell’export. Elaborati dalla Fondazione Edison e illustrati da Marco Fortis su “Il Sole24Ore” (6 gennaio), quei dati mostrano come le nostre esportazioni abbiano superato i livelli precedenti alla diffusione della pandemia, con una crescita del 5,8%, da gennaio a settembre ’21, rispetto al corrispondente periodo del 2019. A fare da motore, i sette settori che, secondo le classifiche internazionali, possiamo chiamare “3F” e “4M”: Food and wine, Fashion, Furniture and building materials e poi Metal products, Machinery, Motoryachts and othertransportequipments, Medicaments and personal care products. Il surplus commerciale con l’estero dei prodotti dei “magnifici sette” tocca i 138,4 miliardi di dollari.

Le serie dei dati di cui stiamo parlando – brevetti ed export – sono il risultato di scelte di fondo della parte migliore del nostro sistema produttivo, che risalgono all’indomani della Grande Crisi finanziaria del 2008 e sono state sostenute da una intelligente legislazione fiscale di governi pronti a rafforzare la manifattura di qualità e stimolare l’innovazione digitale, il processo di “Industria4.0”. Le scelte, cioè, riguardanti l’impegno di rilancio dell’economia reale, gli investimenti sulla qualità e, oramai da tempo, la sostenibilità di prodotti e sistemi di produzione, la connessione tra industria e servizi, la conquista crescente di nicchie ad alto valore aggiunto sui mercati globali.

Sono punti di forza da solida economia industriale, di respiro europeo. Su cui continuare a investire, anche come leva di forza grazie alla quale aiutare l’intero sistema Paese a fare fronte ai momenti di congiuntura negativa.

Blog Antonio Calabrò Giornalista, scrittore e presidente della Fondazione Assolombarda

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