Blocco dei licenziamenti: il lavoro non è una variabile indipendente

Politica

L’accordo sul superamento del blocco dei licenziamenti è un passo avanti rispetto a una misura inutile nel breve termine e dannosa nel lungo, ma tradisce l’assoluta sottovalutazione dei danni che questo provvedimento può causare. In sintesi, il Governo sarebbe orientato a prorogare il blocco fino a ottobre per il tessile e i settori collegati – che ancora si trovano in crisi profonda – mentre per gli altri settori sarebbe comunque previsto un allungamento di altre tredici settimane della cassa integrazione. Infine, nell’ambito della riforma degli ammortizzatori sociali, si starebbe ragionando sull’estensione della Cig anche alle aziende oggi non coperte da tale strumento.

Questi interventi hanno in comune un’assunzione implicita: che il lavoro sia una variabile indipendente. Purtroppo (o per fortuna) non è così. Il lavoro è uno degli ingredienti della produzione. Ma quanto lavoro serve, con quali skill, in quali mansioni, e per produrre quali beni, dipende dalle condizioni specifiche di luogo, tempo e tecnologie. I prodotti che consumiamo oggi non sono gli stessi di ieri e di domani. La crescita economica – la creazione di ricchezza – nasce proprio dal continuo ricombinarsi dei fattori della produzione. Impedire, rallentare o comunque interferire con questo processo porta inevitabilmente a restringere gli spazi di sviluppo. Che è esattamente l’opposto di ciò che serve, all’indomani di un anno economicamente (e socialmente) disastroso come il 2020.

Tutto il dibattito si è avvitato intorno a un fraintendimento pericoloso. Paradossalmente, sarebbe molto meno dannoso prolungare il blocco dei licenziamenti per i settori che stanno vivendo una fase di ripresa, che per quelli invece “in crisi”. Proprio i settori in crisi sono infatti quelli nei quali ha maggiore importanza favorire la riallocazione dei fattori produttivi (e, in particolare, del lavoro). Meno spazio viene lasciato a questo processo, più è probabile che le conseguenze della crisi non siano reversibili, con la conseguente moria di imprese.

Qui entra in gioco la riforma degli ammortizzatori sociali. La cassa integrazione è uno strumento importante di sostegno al reddito e di sollievo alle imprese, ma nei fatti “immobilizza” i lavoratori: andrebbe, semmai, trasformata in un sussidio che non impedisca al lavoratore di trovare, nel frattempo, altre occupazioni temporanee o definitive. Cosa che, in verità, già oggi succede, attraverso il lavoro sommerso.

È vero che superare il blocco dei licenziamenti è politicamente impegnativo e complesso: ma più si rinvia il momento del dunque e più lo sarà. Prorogare non basta.

Leggi sul sito dell’Istituto Bruno Leoni.

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