Marcello Veneziani : Il progresso si è fatto rimpianto

Politica

Come succede ai saldi di fine stagione o per fine esercizio, riappare in vetrina a Milano un vecchio totem malandato: il progresso. Al progresso dedica la sua prossima rassegna la Milanesiana, che parte dal 13 giugno; e Milano è adatta perché è stata la capitale del progresso in un’Italia antica e attardata. Ma il progresso si è fatto pure ideologia, cioè progressismo e ha marciato anche a scapito dello sviluppo e della modernizzazione, per capovolgersi ora in oscurantismo, come nota Pascal Bruckner.

In realtà il progresso è solo una delle direzioni in cui s’incammina il mondo; ogni progresso in un campo può essere un regresso in un altro, in alcuni campi si progredisce, come la scienza e la tecnica, in altri no, come l’arte e il pensiero. La natura non progredisce ma è ciclica, il cosmo segue un ordine, la vita umana è una parabola, ha il suo acme e poi scende verso il declino, la vecchiaia, la morte. Il progresso viene dall’esperienza, che fa rima con decadenza. E la storia non è lineare ma procede, retrocede, devia, ritorna, rifluisce. Oltre il divenire c’è l’essere, oltre la linea è il cerchio e oltre la frattura c’è la continuità, chiamata tradizione. Il progresso non esclude la catastrofe. Proviamo allora a vedere il progresso sotto un altro punto di vista.

L’umanità cammina grazie a una forza benefica e costruttiva che ha un suo rovescio negativo e distruttivo. Chiamo la prima spirito di conquista, la seconda volontà di potenza. La prima muove la conoscenza, l’esplorazione, la sperimentazione, l’arte, la riflessione, l’ascesi, la fondazione. La seconda spinge alla supremazia, alla sopraffazione, alla dominazione, fino alla mortificazione, all’annientamento di tutto ciò che vi si oppone o non si sottomette al dominio. Lo spirito di conquista è rivolto all’ignoto, all’oscuro, all’inesplorato; la volontà di potenza è tesa a soggiogare, a farsi prepotenza e delirio di onnipotenza.

In una visione metafisica la prima è una spinta verso l’alto e angelica; la seconda è una spinta verso il basso e diabolica. Se il diavolo è un angelo ribelle e decaduto, anche la volontà di potenza è lo spirito di conquista traviato; da muovere verso l’alto si accanisce contro l’altro, da verticale si fa orizzontale, e da essere esigente da se stessi si fa dispotica sugli altri. Non si possono però nettamente distinguere le due molle, a volte s’intrecciano e si accavallano, c’è una zona grigia tra le due e ciascuna contiene nel suo seno qualcosa dell’altra.

E ci sono ambiti in cui avviene qualcosa d’intermedio: si pensi alla magia, alla fascinazione, alla seduzione. Del resto l’umano è mescolanza di bene e di male, qualcosa di mezzo tra il divino e il bestiale, tra il celestiale e l’infero. La storia dell’umanità è sempre stata una storia di conquiste e di sopraffazioni. L’ultima volta che si parlò di conquista fu a proposito della luna e delle imprese spaziali. Nel linguaggio corrente conquistatore era indicato un tempo il corteggiatore con successo, il seduttore di donne; più raramente l’inverso, perché la donna conquistatrice, al di là della femme fatale, era considerata tra la civetta e la meretrice. Ma una donna si conquista col suo libero assenso, non soggiogandola.

La conquista è associata al cammino espansivo della conoscenza ma anche dei territori: le conquiste della scienza, si dice, ma anche le conquiste militari. La conquista si è applicata alle imprese coloniali e militari, all’acquisizione di nuove terre, la sottomissione e la conversione di popoli. Dunque, nell’uso storico, conquista e potenza si sono intrecciati fino a parere sinonimi. I conquistadores sottomettono le popolazioni indigene a un potere militare, statale e religioso, venuto da fuori.

La storia del colonialismo fu in effetti un intreccio inestricabile di progresso e oppressione, di emancipazione forzata e di nuove schiavitù, di benessere e sfruttamento. Non si può scrivere la storia espansiva dell’occidente se non in questa duplice chiave. La conquista espande la civiltà, la potenza allarga il dominio. Comunque se oggi siamo una società globale, se riteniamo che il progresso tecnico, scientifico ma anche economico e sociale abbia conquistato il mondo, la sua pre-condizione decisiva è stato il colonialismo, con tutte le sue ombre e le sue luci.

La volontà di potenza è associata al pensiero di Nietzsche e a un’opera che serpeggiò nelle sue pagine senza mai essere scritta, se non con manipolazioni postume; la sua espressione evoca il superuomo, la supremazia, il titanismo prometeico che sfida il divino. Non c’è invece, che io sappia, una compiuta teoria dello spirito di conquista. Si ricorda solo un titolo di B. Constant ma ha taglio storico-economico e riguarda la civilizzazione europea. In un appunto adolescenziale teorizzavo in modo ingenuo e rudimentale “lo spirito di conquista”. L’ esempio era ancora puerile: notavo la differenza tra il giocattolo comprato al negozio e la spada di legno, benché imperfetta, costruita con le proprie mani. Era una celebrazione inconsapevole dell’homo faber, ma era la metafora per dire che ha valore e dà senso quel che è conquistato, quel che costa fatica e non arriva da fuori e dall’esterno. La conquista come gioia dopo il sacrificio, premio della fatica, rapporto attivo col mondo e le cose; ardimento, pazienza e perizia. Il progresso è conquista, il progressismo è volontà di potenza.

Oggi la penuria dello spirito di conquista ci fa patire il suo rovescio: viviamo nell’età della perdita. Perdiamo la natura e la cultura, la vitalità e la civiltà, perdiamo il sacro, la storia, il pensiero, l’incanto e le grandi narrazioni. I morti superano i nati e le pulsioni depressive superano quelle espansive. L’età della perdita è anche l’età della vecchiaia, in cui si perdono energia, memoria, funzioni vitali, salute, affetti e attenzioni. Perciò oggi il progresso non è più voglia di futuro ma rimpianto e nostalgia del passato. Si vorrebbe regredire al tempo del progresso…

Marcello Veneziani

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