Milano: 1964- 1994, inquilino per 30 anni

Milano

Abbiamo ripreso da Facebook un bellissimo post di Roberta Carpani dalla pagina Milano Atmosfere Anni 60’70’80’.

“Se le case potessero parlare.
Mia mamma, classe 1930, nel 1957, si laurea in Chimica industriale. Pochi laureati allora; e figurarsi, pochissime donne laureate. E’ un po’ in ritardo, a metà della sua vita di universitaria suo papà si è ammalato di tumore ed è morto troppo presto. La mia mamma trova immediatamente da lavorare in un ottimo laboratorio di un’industria chimica a Milano, ma abita nella cintura, verso Magenta. Il pendolarismo è ancora complicato. Trova posto alla “casa della laureata”, una specie di pensionato a Milano; ma non è soddisfatta. Non si perde d’animo, chiede i soldi in prestito a una zia – perché la sua mamma non la aiuterebbe di sicuro, non volendo che lei esca di casa, e ormai non ha più il papà – e compra un appartamento in un condominio in costruzione proprio qui, una via che sbuca in piazzale Morbegno.
Dobbiamo fare un salto indietro. Allora questo non era il quartiere trendy che oggi conosciamo come NoLo, come si chiama dal 2015 (forse?); e neppure era il quartiere un po’ degradato dietro viale Monza e vicino a piazzale Loreto, come è stato negli anni ’80 e ’90. Nel 1960 i condomini erano in costruzione, gli agenti immobiliari avevano detto a Brunella che sarebbe stato il quartiere del futuro, vicino alla Stazione Centrale, dinamico, in via di sviluppo. L’appartamento era una mansardina luminosissima, quinto piano, 60 mq, semiarredata, cioè abbellita da una parete armadio bellissima che nascondeva tutto l’ingresso e creava nicchie, cassettiere, appendiabiti, un minuscolo ripostiglio; e soprattutto una sontuosa Poltrona James Lounge Chair di Charles Eames, palissandro e pelle nera, che da sola faceva sognare un loft fra Brooklyn e Tribeca. Praticamente la casa era il palcoscenico per la James. L’appartamento era perfetto per una trentenne che voleva andare a teatro con le amiche nel tempo libero e dal parrucchiere Leone ad acconciarsi e si comprava bijoux di ottima qualità (che noi figlie abbiamo ancora) mentre tornava a piedi dal laboratorio alla sua abitazione.
Dopo quattro anni la mamma si sposa con mio papà e ciao casa a Milano: si sposta dove sono nata io, vicino a Crema. Ma la casa le resta ed entra, nel 1964,  in affitto, il protagonista che ho conosciuto negli anni Novanta. Io nasco nel 1965, mia sorella nel 1968. Nella casa di Milano entra questo signore, un operaio immigrato dal Sud, che crea la sua famiglia e in quella casina vive con moglie e figlia per 30 anni. Preciso, onesto, rispettoso delle scadenze, mai in ritardo con il pagamento dell’affitto, sempre in rapporti cordialissimi con mio papà che andava a vedere i piccoli guai dell’abitazione e decideva con lui le riparazioni che si rendevano necessarie.
Non l’ho mai conosciuto fino al giorno in cui, con enorme dispiacere, ho accompagnato il papà per chiedergli di lasciare la casa. La richiesta si era resa necessaria perché mia sorella andava al Politecnico e aveva orari di lezione molto impegnativi, poco adatti alla vita da pendolare. L’accordo con quel signore era sempre stato: “se servirà, andrò via e non vi creerò impicci”. Mi ricordo il suo salottino, il letto della figlia sotto la libreria, la stanza colma di fumo, il vocione e la figura imponente. E ricordo che con molto garbo, alla richiesta del papà (fatta con reale dispiacere), rispose immediatamente in modo affermativo.
Era affezionato a tutto, le pareti, i vicini, il quartiere; parlò a lungo di tutto quello che gli era successo da quando era in quella casa, di un pezzo fondamentale della sua vita. Ma rispettò il patto che lui e il papà avevano fatto 30 anni prima, senza nessuna esitazione.
A volte lo penso, quando ora dormo lì, nella mansarda della mamma; e so che una parte di Milano (e in parte io stessa) deve il suo benessere anche a figure oneste e leali come questo signore.

La mamma ha da poco compiuto 91 abbi, sicuramente ricorda il nome dell’inquilino così come sa ovviamente recitare a memoria tutta la tavola periodica degli elementi; la poltrona di Charles Eames è in casa di mia sorella che è un architetto e quindi il papà gliel’ha regalata e io ne sono felice, fa un figurone…”

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