Sì a Draghi, ma c’è ancora molto bisogno di Mattarella

Politica

A un certo punto il governo Draghi nascerà e sarà la migliore notizia possibile, considerando la stato confusionale in cui versa il sistema politico italiano a cominciare dal partito più forte in Parlamento (il M5S), capace di convocare un voto sulla piattaforma Rousseau per poi “congelarlo” nel giro di poche ore, lasciando così il premier incaricato in una sgradevole e delicata condizione di sospensione.

Sarebbe però miope dare per risolto ogni problema con il sostegno che a breve il Parlamento esprimerà al nuovo esecutivo (diciamo la prossima settimana), perché invece la situazione avrà bisogno di nuovi autorevoli interventi quanto prima.

Cerchiamo di spiegarci meglio, partendo da tre elementi oggettivi, depurati di ogni opinione (poi arriveremo anche a quelle).

Punto primo: la larga maggioranza che sosterrà Draghi è politicamente disarmonica e quindi destinata nel tempo a litigare, anche se tutti agiranno con il freno a mano tirato di fronte all’autorevolezza del primo ministro.

Punto secondo: fra un anno si elegge il Capo dello Stato, passaggio sempre “di svolta” per tutti gli equilibri di potere nazionale e internazionale (per quanto ancora contiamo nel mondo).

Punto terzo: siamo comunque nella fase finale della legislatura, quindi tutti cominciano a guardare al domani (il giorno dopo le elezioni politiche) più che all’oggi (la vita ordinaria del governo e della maggioranza).

È quindi evidente che la forza molto grande con cui nasce il primo governo Draghi va tutelata (nel pieno interesse nazionale) e va proiettata da subito in un percorso capace di tenere conto delle prossime tappe.

Ecco allora che arriviamo al nocciolo della questione, innanzitutto legato al “chi fa cosa” dei prossimi mesi.

Perché noi avremo sì un governo autorevole nella guida e nella composizione, ma sostenuto da una vasta maggioranza politica intrinsecamente fragile e pervasa da rancori vecchi e nuovi (i grillini contro i forzisti e viceversa, i grillini contro i renziani e viceversa, il Pd contro Italia Viva e viceversa, il M5S contro la Lega e viceversa, la sinistra contro i leghisti e viceversa) e che dovrà fare i conti non solo con i complessi problemi da affrontare ma anche con gli effetti del trascorrere del tempo, effetti in linea di massima poco utili a garantire una tranquilla navigazione.

Draghi sarà il protagonista di tutto ciò, ma non potrà fare tutto da solo. Gli servirà un aiuto autorevole e fattivo, che può arrivargli da una sola persona, cioè il Capo dello Stato.

Eccoci dunque arrivato al nocciolo di questa riflessione, che riguarda proprio l’ultimo anno di mandato del presidente Mattarella.

Io ho trovato un po’ fragile l’azione del presidente negli ultimi mesi dell’anno passato, quando a mio avviso era possibile vedere già tutti i segnali della crisi che avrebbe soffocato il governo Conte bis.

Però va anche detto che Mattarella ha governato con piglio deciso queste ultime settimane, inventandosi il mandato esplorativo a Fico (che ha reso palese l’implosione della maggioranza giallo-rossa) e poi virando rapidamente su Draghi, pur in presenza di un voto di fiducia del Parlamento al governo Conte.

Adesso però c’è ancora bisogno di lui: dovrà agire con forza e saggezza per consentire un ordinato svolgimento della parte finale della legislatura, con annessa elezione del suo successore.

Dico subito che considero inopportuna ogni ipotesi di rielezione: in democrazia le scadenza degli incarichi non sono orpelli ma sostanza. L’Italia ha in Costituzione un mandato di sette anni per il Capo dello Stato, tra i più lunghi al mondo. Non c’è quindi motivo di immaginare soluzioni men che lineari (e comunque va dato atto a Mattarella di essersi espresso in modo assai chiaro nel suo discorso di fine anno).

Quindi dobbiamo sapere che all’inizio del 2022 si dovrà eleggere il nuovo inquilino del Quirinale e sappiamo anche che sarà questo Parlamento a votare.

La mia opinione è presto detta: conviene a tutti mandare al Colle proprio Mario Draghi, figura perfetta di garanzia internazionale per gli anni a venire.

Anche perché a quel punto (lasciando in carica il governo per gli affari correnti) lui potrà sciogliere il Parlamento e portarci alle elezioni, concludendo così una legislatura di cattiva qualità (tre governi con tre maggioranze diverse).

Per fare questo però serve una conduzione ferma e accorta dell’agenda nazionale da qui al voto in assemblea congiunta (Senato, Camera, delegati regionali) sul nuovo presidente della Repubblica.

Una conduzione che spetta senza ombra di dubbio a Sergio Mattarella.

Blog Roberto Arditti

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