Caporalato sui rider: in 21 ammessi come parti civili “Vogliamo essere lavoratori normali”

Milano

Sono 21 i rider ammessi come parti civili nel procedimento per caporalato scaturito dall’inchiesta che a maggio scorso aveva portato il Tribunale di Milano a disporre il commissariamento di Uber Italy, filiale italiana del colosso statunitense Uber, con un provvedimento mai preso prima di allora nei confronti di una piattaforma di delivery. Lo ha deciso il gup Teresa De Pascale, titolare dell’udienza preliminare ha preso il via questa mattina a Milano, accogliendo le richieste presentate dagli avvocato di parti civile Giulia Druetta, Gianluca Vitale,Sergio Bonetti e Maurizio Riverditi. Sul banco degli imputati sono finiti in 10, tra cui la manager Uber Gloria Bresciani e alcuni dirigenti della società di reclutamento Frc (a sua volta sotto accusa per responsabilità amministrativa) accusati di aver assunto nella loro impresa i riders per poi destinarli alle consegne per Uber Eats. In caso di un’eventuale condanna, potrebbero essere obbligati a versare un risarcimento economico a favore dei rider entrati nel procedimento come parti civili. “Vogliamo essere trattati come lavoratori normali. Lavoriamo in condizioni inaccettabili, non c’è sicurezza e non abbiamo nessun diritto”, ha detto uno di loro fuori dall’aula di udienza. Anche Uber Eats è stata citata come responsabile civile ma la società potrebbe comunque essere esclusa dal giudice dopo la discussione del merito prevista per la prossima udienza, fissata per il 26 marzo. “E’ Uber che ha guadagnato sul lavoro dei riders perchè era l’utilizzatore finale del sistema di caporalato”, ha chiarito l’avvocato di parte civile Druetta dicendosi “soddisfatta” per l’esito dell’inchiesta della Procura di Milano: “Bisogna riportare a dignità questa categoria di lavoratori”.

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