Un PNNR (Piano di Ripresa e Resilienza) un tanto al chilo

Politica

Una delle caratteristiche più pericolose del PNRR è la convinzione che per la ripresa serva lo Stato investitore

Nel leggere il Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio c’è davvero da sperare che avesse ragione Dwight Eisenhower quando diceva che “i piani sono tutto prima della battaglia ma del tutto inutili quando questa è cominciata”. Il PNRR infatti sembra una coazione a ripetere a cui siamo destinati da molti anni.

Tra grandi intenzioni sempre uguali a se stesse (qualcuno ha mai sentito parlare di digitalizzazione e modernizzazione della PA?), affermazioni apodittiche, assunti irrealistici e stime di impatto facili facili, sembra stagliarsi nitida una sola consapevolezza: ci sono tanti soldi in ballo e per riceverli dobbiamo preparare la documentazione che ci hanno richiesto. Un esercizio di natura esclusivamente formale che non lascia molte speranze alla garanzia che questi soldi vengano spesi con efficienza. Una delle caratteristiche più pericolose del PNRR è la convinzione che a farla da padrone, per la buona riuscita degli investimenti e l’impatto positivo sulla crescita, debba comunque essere lo Stato investitore. Il Governo mira a ridurre il ruolo degli incentivi agli individui e alle imprese, dopo averne abusato con bonus di cui evidentemente deve aver riconosciuto la scarsa efficacia, per concentrarsi sugli investimenti pubblici nella convinzione, mai supportata da evidenza empirica, che “(.) il capitale pubblico contribuisca in misura significativa e persistente alla produttività e alla competitività del sistema economico.”. Ci sarebbe da preoccuparsi già solo a leggere questa affermazione ma si abbandona ogni speranza quando si legge che “A queste ipotesi operative, si è aggiunta quella per cui gli investimenti pubblici finanziati dal Piano siano caratterizzati da elevata efficienza, ovvero consistano in infrastrutture materiali o immateriali con una elevata ricaduta in termini di crescita del prodotto potenziale.”. Il PNRR poggia su ipotesi irrealistiche nei tempi di spesa, su una capacità ed efficienza del sistema che farebbe impallidire i tedeschi, e sulla promessa di riforme strutturali mai attuate in oltre quarant’anni che invece sarebbero ora magicamente realizzate in poco tempo.

Le premesse e gli assunti di base del PNRR appaiono pertanto difficilmente realizzabili e la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dello Stato investitore inducono il lettore ad abbandonare la lettura ben prima della parte sulla valutazione di impatto. Ma a chi volesse arrivare a quel paragrafo, bisogna ricordare che essa, in principio, serve da un lato a individuare chiaramente gli obiettivi delle policy, dall’altro a giustificare le scelte. Non a fare da foglia di fico al libro dei sogni. E invece il PNRR non fornisce alcuna indicazione sui dati di partenza e la metodologia seguita, ma solo un misero grafico. E ammesso che i sogni si realizzino, data la mole di interventi come sarà possibile valutarne ex post l’impatto, mancando gli elementi contrafattuali di come sarebbe stata l’Italia senza questo programma dei miracoli?

La valutazione che si legge nel piano non sembra un tentativo di capire gli effetti che possono sortire dalle politiche e neppure uno sforzo di giustificare gli orientamenti maturati dal consiglio dei ministri rispetto ad altri possibili, ma un puro avvertimento: che faccio, signo’, lascio?

(Istituto Bruno Leoni)

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