Intervenire per migliorare il mercato del lavoro italiano dopo il Covid-19

Economia e Diritto

Se fra un anno vorremo trarre i primi giudizi sulla ripresa occupazionale, la prima domanda a cui rispondere sarà relativamente semplice: quanti nuovi posti di lavoro sono stati creati dalle imprese italiane? E quanti di essi sono stati occupati? A determinare la solidità della ripresa occupazionale, tuttavia, sarà non solo la quantità dei nuovi occupati ma anche la qualità degli accoppiamenti che si creeranno.

Oltre gli stock: il mercato del lavoro italiano è efficiente?

Nonostante gli ammortizzatori in costanza di rapporto di lavoro e il divieto di licenziamento abbiano garantito che un elevato numero di persone mantenessero il proprio impiego, nel prossimo anno si osserverà quasi certamente un aumento delle transizioni lavorative. Come spiegato da Fujita, Moscardini e Postel-Vinay (2020), questo processo di riallocazione della forza lavoro può essere considerato più o meno efficiente in base a quanti lavoratori ottengono “il lavoro giusto”, ossia un impiego in un settore, impresa e ruolo che permetta loro di sfruttare le loro competenze e la loro esperienza al meglio. Quando questo avviene, si crea ciò che in economia viene definito matching capital, ossia un premio nella produttività del lavoratore, che si riflette in salari più alti e in una maggiore competitività per l’impresa.

Ma come se la cava l’Italia rispetto in termini di efficienza nell’allocazione dei propri lavoratori? Tre indicatori suggeriscono nel nostro paese la qualità degli accoppiamenti sia bassa.

Il primo riguarda il dinamismo del mercato del lavoro e le possibilità di ascesa lavorativa. Considerando il periodo fra il 2006 e il 2013, uno studio di Eurofound mostra che in Italia è molto difficile riuscire a fare un significativo salto di stipendio col passare del tempo: per esempio, la probabilità per un lavoratore appartenente al secondo quintile della distribuzione degli stipendi di passare al terzo, quarto o quinto quintile l’anno successivo era di appena 0.7% nel 2013, contro una media di 8,6% negli altri paesi considerati (Francia, Spagna, Polonia, Regno Unito e Svezia).

Figura 1

Questa rigidità fra blocchi di lavoratori in condizioni differenti si riflette anche nelle speranze di chi cerca lavoro: nell’intero periodo di osservazione la frazione di individui inattivi che a distanza di un anno rimangono tali è stata superiore all’85 per cento; al contempo, fra i sei paesi considerati l’Italia è quello con la maggior percentuale di disoccupati che abbandonano la forza lavoro, oltre uno su cinque.

Il secondo elemento riguarda l’allocazione delle competenze nell’economia. Uno studio OCSE mette infatti l’Italia al primo posto fra i paesi sviluppati in quanto a percentuale di lavoratori che soffrono uno skills mismatch, ossia una incompatibilità pratica fra le competenze che possiedono e quelle che sarebbero richieste per svolgere la propria mansione, con oltre un lavoratore su tre coinvolto in questo problema.

Percentuale di lavoratori che soffrono di skills mismatch (2011-2012). Fonte: OCSE

Percentuale di lavoratori che soffrono di skills mismatch (2011-2012). Fonte: OCSE

Il terzo elemento riguarda le modalità di ricerca di un impiego. Come riportato da un recente report dell’ANPAL, la principale forma di ricerca lavorativa per gli Italiani rimangono i canali informali (amici e parenti), mentre solo il 24 per cento dei disoccupati ricorre al sostegno di un centro per l’impiego e il 15 a quello di un’agenzia interinale. Fra gli altri dati, spicca una forte correlazione negativa fra il numero medio di azioni di ricerca occupazionale mensili e il tasso di disoccupazione a livello regionale: in altre parole, nelle regioni dove si cerca lavoro con maggiore assiduità e sistematicità, la disoccupazione è minore.

Figura 3

Se, a prima vista, questo può apparire come il semplice risultato di attitudini diverse della popolazione all’interno del paese, considerando gli incentivi e i costi che una persona alla ricerca di lavoro deve affrontare emerge una dinamica preoccupante: come il report stesso sottolinea, la poca disponibilità di lavoro e le maggiori difficoltà nell’ottenere supporto dagli enti pubblici regionali che caratterizzano le aree più svantaggiate del paese possono scoraggiare i lavoratori disoccupati, rendendo minori gli incentivi a una ricerca frequente e prolungata. In questo modo, le aree dove c’è meno lavoro finiscono per essere anche quelle dove un impiego si cerca meno, in un meccanismo perverso che riduce fortemente le possibilità che si creino accoppiamenti di qualità.

Come intervenire?

Quali misure permetterebbero dunque all’Italia di compiere passi avanti per quanto concerne l’efficienza del suo mercato del lavoro? L’attenzione va concentrata sugli elementi che facilitano il processo di ricerca lavorativa, per ogni tipo e livello di competenze.

Da un lato ci sono i servizi pubblici per l’occupazione, che includono molti degli strumenti di supporto che i centri per l’impiego possono offrire a un disoccupato: la somministrazione di test attitudinali, la creazione di un profilo e un portfolio personale per un più facile indirizzo della ricerca ed altre iniziative di questo tipo stanno alla base di programmi dall’approccio molto strutturato che mettono al centro la consapevolezza del lavoratore riguardo le proprie competenze e opportunità, come ad esempio quelli messi in atto da Germania e Danimarca. In Germania, in particolare, il supporto al disoccupato si estende oltre la ricerca di un impiego e include una serie di servizi volti a facilitare l’inserimento del lavoratore nella nuova realtà durante i primi sei mesi di contratto.

Affinché questo sia possibile anche in Italia, è fondamentale un potenziamento dei centri per l’impiego con l’assunzione di specifici profili, come proposto da Francesco Giubileo al tempo dell’introduzione del Reddito di Cittadinanza: professionisti specializzati con compiti precisi avrebbero più chance di rispondere con successo alle specifiche (e diversificate) esigenze di chi cerca lavoro rispetto, per esempio, alla non ben definita figura dei navigator.

Come secondo tassello abbiamo le politiche attive del lavoro, volte a fornire e supportare l’acquisizione autonoma di competenze tramite somministrazione diretta di corsi di formazione, incentivi all’accumulo e rinnovamento di competenze e sostegno all’imprenditorialità. Ci siamo già occupati di questo tema in altri articoli, ma ci preme sottolineare la presenza di alcune iniziative di questo tipo a livello locale che – se valutate tramite studi randomizzati controllati come quello messo in atto dalla Provincia Autonoma di Trento in collaborazione con ANPAL nel 2017 – possono rivelarsi strumenti fondamentali nella costruzione di un programma organico e nella diffusione delle buone pratiche a livello nazionale.

Infine, è necessario migliorare una serie di servizi ancillari alla ricerca (e al mantenimento) di un impiego che, sebbene non possano essere descritti come politiche del lavoro, possono creare incentivi ed eliminare ostacoli rendendo di fatto più libere le scelte lavorative degli individui coinvolti. Un primo esempio sono le infrastrutture di trasporto, per le quali – sebbene l’Italia non si discosti molto dalla media Europea a livello nazionale – esistono disparità geografiche molto profonde (già sottolineate dall’UE) sia sull’asse nord-sud che fra città e aree rurali. Un altro esempio sono i servizi di assistenza all’infanzia che, con una copertura del 30 per cento al centro-nord e di appena il 15 per cento al sud, non sono minimamente sufficienti a garantire a dei giovani genitori una facile coniugazione fra famiglia e lavoro (specialmente dal lato femminile).

Conclusione

In sintesi, affinché la ripresa occupazionale successiva alla pandemia sia solida sarà necessario che l’Italia intraprenda decisi passi in avanti per migliorare l’efficienza del proprio mercato lavorativo. Due le grandi sfide: permettere che ogni lavoratore abbia buone possibilità di trovare il “lavoro giusto” rispetto alle sue competenze e ambizioni ed evitare il protrarsi di una situazione che vede ampie fette della popolazione in età lavorativa relegate ai margini o fuori dal mondo del lavoro.

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