La recessione democratica e il voltafaccia spudorato del Pd

Politica

La recessione economica preoccupa, ma non preoccupa meno la recessione democratica. Il numero delle liberaldemocrazie nel mondo ha raggiunto oggi il livello più basso dal dopoguerra, mentre le opinioni pubbliche occidentali hanno toccato il livello più alto di disaffezione dai principi cardine della democrazia e dello Stato di diritto. Termometro naturale della dilagante febbre autoritaria è la funzione dei parlamenti nazionali, osservando la quale scopriamo che l’Italia del Conte2 si è guadagnata sul campo un terzo, nefasto, primato. Dopo essere stati classificati come il paese europeo con più morti da Covid e con la peggiore recessione economica, eccoci risaltare quanto a marginalizzazione del Parlamento. Siamo i primi, cioè i peggiori.

Qualche dato per capire la dimensione del problema: degli oltre 430 atti promulgati per far fronte all’emergenza Covid solo il 2,7% è stato di iniziativa parlamentare; oltre il 62% dei decreti è stato convertito con voto di fiducia; il governo ha mancato di rispondere al 72% delle interrogazioni e delle interpellanze parlamentari. Nessuno, nella storia repubblicana, è riuscito a far peggio dell’avvocato del popolo alla sua seconda prova di governo. Ma non per questo il suo esecutivo ne ha guadagnato in efficacia. Al 10 novembre mancava ancora all’appello il 64,5% dei decreti attuativi necessari a dare concretezza all’impressionante sequenza di decreti legge in materia di Covid. Da quella data, come denuncia il meritorio sito Openpolis, l’Ufficio per il programma del governo ha smesso di pubblicare i dati sullo stato di avanzamento dei decreti, aggiungendo così una grave mancanza di trasparenza all’antiparlamentarismo e all’inefficacia che già caratterizzavano il Conte2 sui fronti sanitari ed economico.

In altri tempi qualcuno si indignava. Il Pd, ad esempio. Fu, infatti, con grande pathos democratico che i senatori dem guidati dal liberale Andrea Marcucci nel dicembre 2018 presentarono ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge di bilancio del Conte1. Lo fecero per difendere le prerogative del Senato, che si vide sfilare sotto gli occhi, senza poterla né discutere né emendare, la manovra economica ridotta ad un unico maxiemendamento da 1150 commi approvato con tanto di fiducia. Esattamente, numero di commi compreso, quello che accadrà oggi. L’unica differenza è che, essendo ora al governo, così come fece col taglio dei parlamentari il Partito cosiddetto democratico è d’un balzo passato dalla roboante difesa della Costituzione alla sua silenziosa ma sistematica offesa.

Blog Andrea Cangini senatore Forza Italia

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