Rischiare è restare aperti alla vita, mentre la pandemia odora di morte

Economia e Politica
  • Leggere e consigliare “Elogio del rischio” con una pandemia epocale che ci afferra alla gola, capace di mutare il respiro in rantolo, la vita in morte nel breve volgere di qualche giorno, capace di non avere pietà del giovane e dell’anziano, di chi ha malattie pregresse e di chi non ha mai avuto una linea di febbre, capace di infiltrarsi subdolamente nelle distrazioni e nelle attenzioni umane, può destare qualche sospetto, persino un po’ di fastidio.
  • In realtà, è lettura che aiuta e sana, che mostra, per dirla con Kierkegaard, come l’istante della decisione sia una follia o che, con Platone, come il rischio sia bello. Ma quale rischio? Il rischio dell’essere imprudenti e sciagurati, temerari e sprezzanti del pericolo, o il rischio che consente alla vita di essere vissuta, al giorno che viene di assumere su di sé l’ingrato compito e di superarlo, andando oltre le paure, le angosce e i tumulti del cuore? È possibile, pur circondati e assediati dalla morte, pensare la vita a partire dalla vita e non dalla morte?
  • Scrive Dufourmantelle:
  • «Rischiare la propria vita significa in primo luogo non morire. Morire stando in vita, in tutte le forme della rinuncia, della depressione bianca, del sacrificio. Rischiare la propria vita, nei momenti decisivi della nostra esistenza, è un atto che ci precede a partire da un sapere ancora ignoto da noi, come una profezia intima: il momento di una conversione».
  • Rischiare, per tornare alla tragicità dei nostri giorni, non vuol dire non indossare, stupidamente, la mascherina o assembrarsi, altrettanto stupidamente, durante una pandemia epocale. Rischiare vuol dire, anche in piena pandemia epocale, restare aperti alla vita, ai suoi colori, ai suoi sapori, mentre tutto ci parla di morte, mentre impera la morte. Per sottrarle la spina, come spiega Elias Canetti, non resta che scommettere sulla vita: «Ben poco del male che si può dire dell’uomo e dell’umanità io non l’ho detto. E tuttavia l’orgoglio che provo per essa è ancora così grande che solo una cosa io odio veramente: il suo nemico, la morte».
  • Eppure, esiste la possibilità di non farsi prendere da morti mentre siamo vivi. Possiamo persino giocare con la morte, andarle incontro, sfidarla, accettarla, scacciarla, esorcizzarla, subirla, patirla, ma scriverne è impresa vana, impossibile. Nonostante tutto, questa impossibilità non ci disarma, perché c’è un sentimento che chiama, c’è un dire che non vuole restare segreto, c’è un dire che si rifiuta di tacere. La morte è con noi appena siamo vita. Comincia lì, in quel preciso istante, a respirarci addosso, ad accompagnarci nell’attesa, breve o lunga, di uscire allo scoperto, di affermarsi, di imporsi, di vincere.
  • Pavese avverte che «verrà la morte e avrà i tuoi occhi», nel senso che se li prenderà, che li possederà. Ma la morte non verrà, perché non se n’è mai andata. È qui, accanto a me e a te, dentro di me e dentro di te. Vita e morte sono inestricabilmente legate. Appena nasciamo, cominciamo a morire. E gli ultimi granelli della clessidra sembrano scivolare velocemente, addirittura precipitosamente rispetto ai precedenti, come le onde del mare che si scavalcano minacciose perché, nel ricordo del giovane Sergio Zavoli, sul lungomare di Rimini, fanno a chi va a morire prima. La certezza è la morte, la domanda è come morire. Morire da vivi o da morti? 
  • I capitoli del libro di Dufourmantelle sono capitoli di vita, capitoli che fanno del rischio il valore intenso della vita. Storie, episodi, uomini e donne sospesi tra il rischio di essere tristi e il rischio di essere liberi, il rischio di essere carnali e il rischio della parola, il rischio dell’ignoto e il rischio della passione, il rischio dello scandalo e il rischio dello spirito. Il rischio della bellezza. La bellezza di un volto, di un dipinto, di un libro, di un paesaggio antico e struggente, di un bambino che corre senza sapere dove.
  • Continua l’autrice:
  • «La bellezza innalza, sconvolge. Ci blocca là, in quel che non ci appartiene. Ben lungi dall’essere il soggetto, chi la sperimenta ne diviene in qualche modo la cosa, non nel senso dell’oggetto ma di un effetto di risonanza che distrugge persino ogni idea di appartenenza o di soggettività. La bellezza non è personale, e tuttavia può venire da quanto c’è di più singolare. È una parte nuda del mondo rivelato, anche quando è un volto. Si entra nella bellezza come in un chiostro, dove la misura si ripete e tuttavia differisce; quel che s’innalza, allora, o si dovrebbe dire quel che si alleggerisce qui, è lo spirito che opera in segreto»….
  • Blog  Davide D’Alessandro saggista 
  • Ps:l’autore evidenzia “Poco importa che Anne Dufourmantelle sia stata filosofa e psicoanalista francese, che abbia insegnato all’École d’Architecture de la Villette, all’École Normale Supérieure e alla New York University. Poco importa che abbia scritto il suo primo libro, “De l’hospitalité”, con Jacques Derrida. Importa molto di più che abbia incontrato la morte in mare, mare che tanto amava, a 53 anni, nel 2017, mentre cercava disperatamente di salvare due bambini dall’annegamento e che pochi anni prima, nel 2011, abbia pubblicato “Eloge du risque”, oggi riproposto da “Vita e Pensiero” con la traduzione di Mario Porro.”

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