1 italiano su 4 ha avuto difficoltà a seguire le precrizioni mediche durante l’emergenza covid-19

Scienza e Salute

Il 23% degli intervistati ha avuto difficoltà a portare avanti la terapia prescritta dal medico nonostante nella maggior parte dei casi si trattasse di farmaci per le malattie oncologiche, il 38%, e per quelle cardiovascolari, il 28%. Parlano chiaro i dati dell’indagine di Fondazione Onda “L’aderenza terapeutica nella popolazione” condotta nel periodo di emergenza sanitaria da Covid-19. 1 persona su 4 riferisce di avere difficoltà nel portare avanti la propria terapia in modo continuativo e 3 su 10 dichiarano di aver saltato almeno una somministrazione della terapia nella settimana precedente l’intervista. Tra le ragioni principali: la dimenticanza nell’assumere la terapia in modo costante (27%), la difficoltà a rispettare le regole di assunzione (13%), la paura degli effetti collaterali (9%), l’interruzione della terapia quando si sta meglio (9%), l’assenza di chi aiuta o ricorda la somministrazione (8%), la svogliatezza (8%). I dati sono ancora più significativi se si considera che le cure maggiormente assunte dagli intervistati sono quelle somministrate per le patologie oncologiche, assunte dal 38%, e per le malattie cardiovascolari, dal 28%. Secondo la maggioranza degli intervistati – 8 su 10 – l’emergenza sanitaria da Covid-19 non ha avuto un impatto considerevole sulla facilità nel portare avanti le prescrizioni e il trattamento farmacologico. Ad indagare il modo in cui gli italiani si rapportano alle indicazioni del proprio medico rispetto alla terapia farmacologica da assumere, le conseguenze legate alla non aderenza e l’impatto dell’emergenza Covid-19 è Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, attraverso un’indagine, condotta dall’Istituto di ricerca Elma Research, su un campione di 558 persone tra uomini e donne con un’età media di 52 anni. “Il problema della mancata aderenza alle terapie farmacologiche – commenta Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda – è rilevante e crescente ed ha un impatto non solo sulla salute dei pazienti, ma anche in termini di sostenibilità del SSN. È preoccupante leggere nei dati dell’indagine che pazienti in cura con farmaci salvavita non siano aderenti nel 23% dei casi: occorrerebbe promuovere una maggiore sensibilizzazione sui rischi della non aderenza e un maggiore utilizzo di APP (ad oggi in uso solo a 1 paziente su 4) per fare memoria di assumere le terapie con regolarità”. Del campione intervistato, 9 su 10 ricorrono a farmaci per via orale che assumono una o più volte al giorno in piena autonomia e a domicilio e 1 su 2 assume più di una terapia continuativa.

La regolarità nell’assunzione non impatta in modo marcato sulla loro vita, anche se per il 45% degli intervistati la terapia ha influenzato in qualche modo l’umore, la qualità della vita in generale (39%), la vita famigliare o di coppia (34%) e la vita lavorativa (31%). Le App o i dispositivi di remind che aiutano a migliorare la continuità terapeutica sono poco usati: solo il 26% li utilizza. “Circa la metà dei pazienti con depressione maggiore – sostiene Claudio Mencacci, Presidente SINPF – Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e Direttore Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano – sono non aderenti o scarsamente aderenti alle terapie con antidepressivi. Ciò comporta una serie di caratteristiche sfavorevoli di decorso e di esito. La pandemia Covid-19 ha sottolineato l’importanza di mantenere un’aderenza ottimale alle terapie farmacologiche implementando la comunicazione con il paziente attraverso telemedicina e interventi a distanza. Una corretta informazione sui trattamenti è in grado di migliorarne l’aderenza, inoltre l’alleanza terapeutica con il prescrittore è volta ad aumentare la probabilità di risposta positiva”. “Se parliamo di aderenza – afferma Raffaella Michieli, Segretaria nazionale SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie – dobbiamo sottolineare che non vuol dire solo ‘assunzione della terapia’, ma anche un’assunzione di dosi ad orari corretti. In questo senso la centralità del rapporto medico-paziente attraverso il quale si concorda e si spiega, è la chiave del successo. Relativamente alle differenze di genere per esempio nella terapia per l’ipertensione, per il maschio un fattore determinante è la disfunzione sessuale (noto effetto collaterale di molti farmaci anti-ipertensivi) mentre nelle donne prevale invece l’importanza dell’insoddisfazione nella comunicazione con il medico prescrittore e la presenza di sintomi depressivi. Un’ aderenza elevata alla terapia si associa al 38% di riduzione del rischio di eventi CV rispetto a pazienti con bassa aderenza al trattamento antipertensivo. Un uso non aderente della terapia antipertensiva si associa con un rischio aumentato del 15% e del 28% rispettivamente di IMA e di Ictus cerebrale ischemico”.

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