Addio a Emanuele Severino, luce straordinaria del 900. E io ricordo…

Cultura e spettacolo

E’ morto Emanuele Severino e gli aggettivi non bastano per sottolineare la valenza del suo essere filosofo, pensatore, intellettuale, luce straordinaria del secolo scorso. Aveva 90 anni, una vita dedicata all’insegnamento, fino al 69 all’università Cattolica e poi a Venezia, sempre e costantemente coerente, con una logica deduttiva esemplare, considerato il suo pensiero.

E lo rivedo in cattedra nel lontano 1962 con un’autorevolezza e una sicurezza quasi sommessa di un sapere e di una conoscenza dovute al grande amore per i filosofi greci. Insegnava Filosofia Antica e per quel continuo passare dal greco al latino e poi all’italiano, rendeva me piccola piccola e il mio sapere insignificante. Circolava un libretto necessario, dicevano, per entrare in sintonia. Principio d’identità e di non contraddizione e Parmenide già era “la chiave” per capire. Avevo una paura folle. Mi presentai all’esame due volte, fuggendo per la vergogna prima che iniziasse. Alla terza volta mi chiamò “Lei è quella signorina con la cuffietta presente ad ogni lezione? Adesso viene e vince l’imbarazzo” Fu un esame discorsivo, quasi simpatico. Mi venne chiesto un parere, mi condusse per le strade dei filosofi greci con un accattivante dialogo. Ed è questo il ricordo che custodisco del grande e sensibile filosofo.

Segue il suo pensiero, tratto da “Fondazione Leonardo” Pensare l’essente, ciò che è, come ciò che diviene in quanto proveniente dal nulla e ritornante nel nulla (epamphoterizein, “oscillante”, secondo l’espressione platonica) è la Follia. La cultura occidentale, in tutte le sue manifestazioni, appartiene alla fede nel divenire del mondo, è espressione del nichilismo, del credere che le cose siano nulla. La Tradizione, l’epistème, afferma la necessaria esistenza della Verità, dell’Eterno, di Dio affinché il mondo sia. Il Sottosuolo (Nietzsche, Leopardi, Dostoevskij, Gentile), l’anti-epistème, dichiara necessaria la “morte di Dio”: se l’immutabile fosse, il divenire sarebbe impossibile. Per entrambi un solo scopo: salvare l’uomo dalla morte, salvare il divenire, salvare la vita. Nell’ottica di Severino entrambi risultano fallimentari.

Ciò che i critici, a mio avviso, non hanno mai compreso, o hanno fatto finta di non vedere, è la totale assenza nel suo pensiero della volontà di negare il divenire del mondo. Gli si obbiettava: come si fa a dire che tutto è eterno e non diviene? Come si fa a dire che la legna non diventa cenere? Ma Severino non si è mai sognato di negare che il mondo divenga. Piuttosto ha voluto fondare diversamente, in quello che lui chiama “destino della verità”, proprio il divenire medesimo. Non vi accorgete – diceva – che dire che l’essente è equivale ipso facto a dire che è eterno? Come potrebbe essere se non fosse eterno? Ciò che appare è il divenire degli eterni, non il diventar-altro, il diventar nulla! Di più: solo ciò che è eterno può morire La destinazione della Tecnica al dominio, il compimento dell’Apparato tecno-scientifico ha le proprie radici esattamente nel nichilismo dell’Occidente. Se e poiché le cose vanno e ritornano nel nulla, allora io uomo posso – anzi, devo – trasformarle, violentarle, affinché ritornino ad essere ciò che in quanto tali sono: nulla. Quando il Sottosuolo dice che non esistono immutabili, la via all’incremento indefinito della potenza tecnica è spianata, nessun limite la può più fermare, contenere, bloccare. Tutte le forze che si contendono il dominio del mondo – capitalismo, democrazia, cristianesimo –, per realizzare lo scopo che le definisce e vincere sulle altre – l’incremento del profitto privato, l’uguaglianza, la diffusione del Vangelo -, devono servirsi come mezzo della potenza maggiore, ovvero della Tecnica. Tuttavia servendosi di essa, tali forze si vedono costrette a potenziare sempre più ciò che le rende potenti: l’Apparato medesimo, che diventa dunque il loro fine snaturandole e rendendole esse stesse mezzo dell’aumento infinito della potenza.La storia del mondo procede verso il Paradiso della Tecnica, che è a un tempo “luogo” della libertà dell’uomo, in quanto quest’ultimo è essenzialmente tecnico (un centro cosciente che elabora mezzi per la realizzazione di scopi), e del nichilismo, poiché esprime compiutamente la volontà che le cose siano nulla. Ma nessuna angoscia potrà vincere: tutte le contraddizioni, tutta la violenza sono già da sempre tolte, superate, nella Gioia del Destino.”

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