Hong Kong, dove la democrazia liberale si difende col sangue

Esteri

Qualche mese fa Putin ci informava, semmai ce lo fossimo persi, che la democrazia liberale era in crisi. Ci sono state numerose polemiche, alcune non manifestamente infondate, come quella sul fatto che probabilmente il Presidente Russo intendeva attaccare i liberal Usa, cioè la sinistra radical chic. In ogni caso la malizia non è sfuggita a nessuno. Ed il dibattito sull’attualità di questo sistema di governo non è certo inopportuno.

La libertà non è mai più di una generazione distante dalla sua estinzione, diceva Reagan. E noi abbiamo il dovere morale di domandarci di cosa faremmo se la nostra fosse sotto attacco. E non parlo dell’assenza di riconoscimenti per i matrimoni tra persone dello stesso sesso. O la minaccia di tassare la Nutella. No, intendo un’altra cosa: voi cosa fareste se foste minacciati di estradizione, in corso di indagini, verso un regime dittatoriale?

Il centrodestra ha una grande colpa, ha trasformato il garantismo in chiacchiere da salotto. Bei discorsi, alate metafore, grandi difese di principio. Parole, parole, parole. Capisco che il nemico, ovvero la sinistra de Il Fatto Quotidiano non si prestasse ad altre forme di lotta, ma questo ha annacquato di molto la prima, e più importante, battaglia liberale liberale. Da là viene la Magna Charta. Da un ramo collaterale, il diritto di rappresentanza nei corpi legislativi, viene la Rivoluzione Americana. Quella è l’origine viene la rivolta di Hong Kong. Dove migliaia di giovani stanno rischiando la vita e probabilmente la perderanno nella repressione dei prossimi mesi ed anni.

Per difendere il diritto ad un equo processo sono pronti a morire. Noi abbiamo paura di dire che Dell’Utri è un martire. Hong Kong lotta oggi, nelle strade, perché nel 2047 cesserà di avere diritti. Sarà, a tutti gli effetti, una città Cinese. Ha 30 anni per assicurarsi un futuro. Poi sarà la fine. Di fronte a questo crepuscolo degli dei, due ragazzi di 22 anni si sono alzati e sono scesi in piazza. Non si sono lamentati perché qualcuno (l’Inghilterra nel 97) ha rubato loro i sogni. Non hanno pianto davanti all’ONU. Sono scesi in piazza e si stanno preparando a morire. Perché, finita l’ondata di protesta, questo è il risultato più probabile.

Ma, pur con tutto questo, siamo molto più morti noi di loro. Noi che siamo qua a domandarci se le critiche al governo non saranno troppo forte. Se il carcere agli evasori sia troppo mite. Noi che non sappiamo più difendere la democrazia liberale. Loro sono e saranno vivi per sempre. Perché la libertà può inabissarsi come un fiume carsico. Ma prima o poi sfonda sempre i muri della tirannia. Quegli stessi muri che stiamo costruendo ogni giorno. Sarà per questo che dell’eroica resistenza al comunismo cinese di Hong Kong non si parla.

Ma almeno qui, noi, in questa piccola ridotta liberale, rendiamo onore agli eroici giovani che, scesi in piazza per il garantismo, sono pronti a morire per la libertà. Speriamo di non restare soli. Forse, per una volta, i giovani di Budapest non verranno celebrati sessant’anni dopo dalle scuse pelose di chi tifò per i carri armati in gioventù.

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