Il Mondiale di calcio femminile e quelle differenze che fanno la differenza…

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Buongiorno amici di Milano Post, vi presento un “fuori onda” estivo, stuzzicato da quello che nell’ultimo mese è diventato uno degli eventi più seguiti e sorprendenti: il Mondiale femminile di calcio. Non sto qui a raccontare cronache o ad esaltare questa o quella delle interpreti, anche se il rammarico di non averlo potuto fare per le nostre azzurre è tanto. Ho assistito a diverse partite di questa competizione, e ammetto che nemmeno sapevo quando ci sarebbe stata e quante nazioni partecipassero, oltre la nostra. L’ultima, in un assolato pomeriggio domenicale del 7 Luglio, a Lione ha visto di fronte le due finaliste Olanda (che aveva eliminato l’Italia ai quarti) e gli Stati Uniti. Ebbene, mi pare di poter dire che sia stata una gara “maschia”, a dispetto del contesto totalmente femminile in campo, inclusa la terna arbitrale e le telecroniste. A tratti si è visto anche del buon calcio, a prescindere dalla natura meno poderosa e irruenta delle protagoniste rispetto alle analoghe competizioni maschili. Ma nel nostro calcio, quello tradizionale che siamo da sempre abituati a vedere, mancava quello che abbiamo potuto constatare osservando le 22 finaliste in campo, e anche le precedenti gare: un approccio diverso, soprattutto nell’atteggiamento reciproco delle atlete, un comportamento più sportivo, più rispettoso, meno volgare in molte occasioni.
Quelle differenze che fanno la differenza…
Abbiamo potuto vedere rarità come l’assenza, quasi totale, di atleti che usano il campo come sputacchiera personale. Abbiamo assistito a scontri di gioco, talvolta anche violenti in apparenza, ma mai farciti di cattiveria più prepotente che agonistica; chi cadeva perchè colpita da un’avversaria, non simulava colpi da ko stramazzando a terra con le mani sul volto dopo aver preso una pedata nel sedere; chi veniva redarguita dall’arbitro per un fallo, non eccedeva in proteste, imprecazioni sguaiate (talvolta blasfeme) dai toni minacciosi che sovente ci mostrano gli incontri maschili. Chi veniva sostituita, non usciva dal campo mandando a quel paese allenatore  e/o qualche compagna. Cartellini gialli e richiami verbali venivano accettati con rimostranze, nel caso, decisamente contenute. Il tutto, condito da una trasparente passione mostrata sul campo, con la giusta dose di agonismo e rivalità mai scaricate con violenza sul piano fisico nei confronti dell’avversaria. Infine, il pianto liberatorio sia di alcune vincitrici che delle sconfitte, infondono nel pubblico quel senso di genuinità, di dolcezza e di serenità che dovrebbe essere alla base di qualsiasi sport, inteso come gioco portatore di benessere, salute e rispetto del prossimo.
Fair play in campo, prima che nei bilanci
Un sincero augurio alle nostre ragazze, pur chiaramente in ritardo atletico e tecnico sulle più esperte contendenti, affinchè possano migliorare come squadra e come singole con la serenità che hanno sempre mostrato, consapevoli di poter presto competere ai più alti livelli. Ma già ora ci hanno, tutte, dimostrato che anche il calcio si può vivere senza eccessi, nè in campo nè in tribuna,  offrendoci un esempio di fair play a cui fare riferimento per molti interpreti del calcio maschile, e dei relativi talk show infarciti di polemiche. A buon intenditor, poche parole…

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