La morte di Noa Pothoven è un’accusa alla civiltà e a tutti noi

Esteri

“Il mio corpo è sporco”, ma nessuno osi giudicare o, peggio, condannare Noa Pothoven, vittima di tre stupri, a 17 anni, in Olanda. “Il mio corpo è sporco”, raccontava. Per sintetizzare un mal di vivere che non aveva fine, per aver curato inutilmente le ferite, il sopruso, la violenza. Un corpo che testimoniava l’incapacità di una società civile, perché così si definisce oggi la civiltà occidentale, di preservare e conservare il candore di una bambina prima e poi di un’adolescente. Lasciarsi morire di fame, con la dignità del silenzio e dell’autodeterminazione, nell’abisso di una depressione apparentemente inguaribile, minacciata da quel mondo, là fuori, che sporcava il suo corpo e uccideva la sua anima. Fu una scelta libera? Inutile chiedersi quanto abbia influito la negazione dell’eutanasia da parte dello Stato Olandese perché troppo giovane, inutile chiedersi quanto abbia inciso quel convincimento dell’autoesclusione dalla vita, il suicida non trova in sé le motivazioni per continuare a sperare, a progettare. Quasi sempre. La verità è che ciascuno di noi è colpevole di quella morte, ciascuno di noi ha creato e sviluppato la cosiddetta civiltà di oggi, dove la coscienza di essere un uomo libero si può anche identificare con la sopraffazione e la violenza e dove un permissivismo legislativo e giudiziario, concede una libertà malata, senza valori, senza rispetto.

Era bionda e bella con un incanto inquieto e interrogativo negli occhi azzurri.

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