Fini, Boldrini e Fico: diversi ma tutti contro il governo. Maledizione sulla presidenza della camera

Politica
Alla faccia del senso delle istituzioni

Il Presidente della Camera dei deputati, terza carica dello Stato, dirige i lavori di Montecitorio, giudica la ricevibilità dei testi e mantiene l’ordine. Un ruolo tutt’altro che marginale.

Si tratta di una figura super partes, istituzionale, che si pone con un profilo che va al di là dell’appartenenza politica e con un profondo senso di rispetto per le istituzioni e per l’unità della Repubblica.

Dirigendo i lavori della Camera, riveste un ruolo fondamentale nel percorso di formazione delle leggi. Egli organizza il calendario degli ordini del giorno, ha il potere di sospendere o di rimandare proposte di legge, di ammonimento e di sanzione nei confronti dei deputati.

Alla luce di questo è evidente che l’appartenenza o meno alla maggioranza di governo, sebbene mantenendoun profilo di assoluta istituzionalità, potrebbe fare la differenza.

Avere un Presidente avverso al Governo può infatti creare dei rallentamenti e complicare l’iter di formazione delle leggi. Diversamente se il Presidente fa parte della maggioranza che sostiene l’esecutivo, questo non incontra un ulteriore intralcioin aggiunta ai molteplici della complessa burocrazia parlamentare.

Dunque sarebbe perlomeno opportuno, in linea con le consultazioni popolari e secondo la Costituzione, che tale figura non faccia politica attiva e che non si ponga in contrasto con un governo eletto indirettamente dal popolo sovrano.

Nella prassi politica avviene tuttavia che il suddetto ruolo venga affidato tenendo in considerazione non tanto la taratura morale della persona, come avviene per il Presidente della Repubblica, ma che venga scelto in base a quella serie dei soliti accordi che si svolgono all’indomani delle elezioni, volti ad assegnare i vari incarichi di ministri, viceministri, sottosegretari, incarichi parlamentari, composizione delle diverse commissioni parlamentari, nei quali rientrano anche l’elezione dei presidenti della Camera e del Senato.

A partire dal ’94 si è consolidato il sistema del premio. A parte la parentesi 1996-2001, tutti i presidenti della Camera si sono mostrati ostili al governo, hanno contribuito alla loro caduta o hanno fatto una brutta fine. In queste legislature il ruolo di Presidente della Camera viene assegnato a uno dei partiti alleati del partito di maggioranza relativa (facendo reggere così l’alleanza da scopi più opportunistici che ideologici, potrebbero ipotizzare i malpensanti).

Nel ’94 il ruolo venne ricoperto dalla leghista Irene Pivetti (la Lega farà cadere il governo), nel 2001 toccò a Pierferdinando Casini, leader dell’UDC (i centristi si tirarono via dalla maggioranza nel 2005).

Emblematico fu il caso di Gianfranco Fini, leader di AN e co-fondatore del PDL, che non solo uscì dalla maggioranza, ma fondò addirittura un nuovo partito mentre era in carica (FDI) e non mancò di attaccare pubblicamente il Governo e l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi.

Alle successive elezioni Fini non riuscì ad entrare in Parlamento dopo vent’anni di presenza ininterrotta da deputato.

Non molto diversa fu Laura Boldrini, esponente di SEL, ipercritica nei confronti dei governi Letta, Renzi e Gentiloni.Alle elezioni il suo partito arriva al 3%.

Arriviamo ad oggi con Roberto Fico, grillino della prima ora, punto di riferimento dell’ala “sinistra” del Movimento e molto critico nei confronti di Salvini e della Lega.

In questi giorni ha fatto molto discutere una sua dichiarazione in merito alla festa della Repubblica, avendola dedicata oltre agli italiani, a tutte le persone presenti sul territorio, alle minoranze, ai migranti, rom e sinti.

Che Fico voglia fare la fine dei suoi predecessori poco ci importa. Quello che ci auspichiamo e che vogliamo sottolineare è che il Presidente della Camera non utilizzi il proprio potere impropriamente, cercando di bloccare alcune leggi o polemizzi con una parte del governo che è stata premiata alle urne con oltre il 34% dei consensi, che non si renda artefice di strane manovre di palazzo (ad esempio manine tese a Zingaretti) e che eserciti il suo ruolo in maniera seria e leale con assoluta terzietà ed imparzialità, distinguendosi dai suoi predecessori. D’altronde questo è il governo del cambiamento.

Andrea Curcio

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