1 Maggio: che senso ha festeggiare il lavoro che non c’è?

Economia e Politica

Una domanda che molti si pongono, semplice, quasi banale, se il lavoro non centralizzasse la persona e la sua capacità del fare come l’unico mezzo per realizzare se stesso e i suoi sogni. L’uomo come componente di una comunità che vuole sviluppare idee e ricchezza. Agi esamina con precisione come attualmente la stampa “vede” il fenomeno.

Da Repubblica “il lavoro, ogni anno che passa, vale meno”. “Altro che Festa del Lavoro” si legge: “Un giovane su tre non ha un posto. In 10 anni raddoppiati i sottoccupati. Il 25% ha un impiego inferiore al titolo di studio. Perso in totale un milione di posti a tempo pieno: peggio di noi solo la Grecia. E i robot nei prossimi vent’anni copriranno il 15% della manodopera” la sintesi che sottolinea il declino e la crisi dell’impiego e del suo concetto, il lavoro appunto.

L’approccio al tema di Dario Di Vico sul Corriere  rileva che “avremo la stima preliminare dell’Istat che ci dirà se anche il primo trimestre 2019 ha fatto registrare crescita zero” e questo ci dice che “al di là però dei decimali l’anno in corso non promette niente di buono per l’industria italiana a causa del combinato disposto di contrazione dell’export e ristagno della domanda interna”.

Da Il Fatto quotidiano : “Durante le celebrazioni del Primo Maggio, nonostante il malessere e il disorientamento della sinistra, le iconografie delle feste sono in gran parte “rosse”. Nemmeno i megaconcertoni organizzati dal 1990 a Roma in piazza San Giovanni (iniziativa patrocinata dalla triade sindacale Cgil-Cisl-Uil) riescono ad annacquare la matrice da lotta di classe, il clima della protesta, delle rivendicazioni, dell’antifascismo, con le valenze di giustizia sociale e fede nell’avvenire che accompagnano gli interventi dal palco. E tuttavia, per gli irriducibili della sinistra più trinariciuta, proprio questi concertoni dimostrano che non c’è più il Primo Maggio di una volta, trasformato ormai in un evento consumistico, tradendone le radici e la memoria”.

Colpa della crisi di sinistra? Colpa della CGIL che si è opposta ad ogni riforma? Colpa della cattiva politica?

“L’ultimo pensiero, che è anche un appello, è rivolto alla politica. Nella difficile stagione che, per molti motivi, sta attraversando il nostro Paese, il lavoro e chi lo crea – vale a dire le imprese – deve rappresentare la prima preoccupazione per chi ci governa a Bruxelles, a Roma “ dichiara la presidente di Confindustria Udine, Anna Mareschi Danieli.

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