Rossini a Londra, ma non al cinema

Cultura e spettacolo

 

È perché film in costume gli inglesi ne fanno meno di un tempo. Ma se per una volta lasciassero da parte Wilde (con la Dickinson, invece, han fatto benissimo) troverebbero nel soggiorno di Rossini a Londra al tempo di Giorgio IV ricca materia per la sceneggiatura di uno di quei film giocosi e pieni di motti di spirito sulla linea di Restoration e England, my England, entrambi del ’95. Forse anche questo è un segno che misura il grado d’interesse, non soltanto in Italia, per l’anniversario rossiniano se paragonato a quello del ‘92. Certo, la Renaissance era allora al culmine coi suoi répechages per grandi artisti. E 150 non è cifra tonda quanto 200; ma io per il 2068 potrei non fare a tempo. 
Un anno prima usciva Rossini! Rossini!, lavoro perfettibile di Monicelli già passato per le mani di Altman che abbandonò il progetto in favore di America oggi: era un film che dopo la pellicola di Bonnard (1942) aggiornava sullo schermo la vita del compositore abbozzandola per un pubblico di nuovi rossiniani.
Per farla breve, ecco quindi il soggetto del film che non c’è. Preceduto da fama mondiale e sotto lo sguardo acuto di George Brummel, Rossini giunge da Calais a Londra nel dicembre 1823 in compagnia della Colbran dopo un viaggio in mare che il compositore affronta come un’odissea (ma il treno gli piacerà ancor meno). Splendida casa al 90 di Regent Street con tanto di pappagallo esotico. Inviti a profusione per la coppia musicale ma prima di tutti il re: ricevimento nel fiabesco Royal Pavillon di Brighton fra draghi dorati e tulipani giganti da gotico indiano. As usual, il dandy italiano è perfettamente a proprio agio nella mondanità e intesse un capolavoro di strategia pure finanziaria. A mezzanotte precisa, innaffiati con champagne, punch e limonata, si mangiano sandwich. Rossini canta la canzone del salce, in falsetto, e la sortita di Figaro perché il re è un grande esteta, protettore delle arti e musicofilo. Canta lui pure, da basso (maluccio, pare), spesso colla duchessa di Kent e il futuro re del Belgio. Una caricatura dell’epoca ce lo mostra mentre implora un duetto all’italiano (
«a fat, jolly-looking person»). 
Londra è conquistata pure al King’s Theatre: Zelmira, Barbiere, Ricciardo, Otello e Semiramide. Ironia, distacco e bon mot caratterizzano i dialoghi: potrebbe fornir materia pure Carolina di Brunswick, la moglie rifiutata dal re e da Rossini stesso… con la scusa dei reumatismi. Il club Watier, la musica e il gioco d’azzardo, l’ubriachezza ed il concubinaggio tanto che la Colbran sta bene in guardia mentre il consorte dà lezioni di canto al fior fiore dell’aristocrazia inglese. E poi Almack, la politica, la Grecia di Byron con la nota luttuosa dell’orgoglio britannico. E centosettantacinquemila lire messe insieme senza comporre nessuna nuova opera per il teatro. Parigi attende, ma per poco.

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