L’assurda pretesa della paga minima, coi soldi degli altri

Economia e Diritto

Giggino Di Maio, e da ieri anche il Premier Conte, fedele portavoce delle geniali idee a Cinque Stelle, e Maurizio Martina a braccetto in nome di un’idea economicamente sbagliata, ma elettoralmente appetitosa: il reddito minimo da lavoro. Ovvero: la paga oraria ( o mensile nel caso del PD, per i lavori a tempo indeterminato) la decidiamo noi al governo, sentiti i lavoratori. Tu datore di lavoro devi solo pagare e stare zitto.

Ieri Di Maio ha incontrato i lavoratori della gig economy, ovvero i ragazzi in bicicletta di Deliveroo ed affini, promettendo loro che ci avrebbe lavorato. E gli ha dato appuntamento tra sette giorni. Obiettivo: salario orario minimo garantito. Intanto: chi è questa gente? Ce ne parla il Corriere Comunicazioni, in un articolo dello scorso anno: Uomini, giovani e del Nord Italia. E’ questo l’identikit del lavoratore tipo della gig economy disegnato dalla ricerca online effettuata dalla UilTucs. I gig workers italiani sono principalmente uomini (84%) e sono per la maggior parte giovani (18-34 anni, 55%). Mentre nella fascia di età 35-54 anni si piazza il 28% dei rispondenti. Vivono principalmente al Nord (50%) e al Centro (33%).

La laurea di secondo livello (31%) è il titolo di studio più frequente tra gli intervistati. A seguire la licenza media superiore (25%) e a pari merito (19%) la laurea di primo livello e il master o corsi post-laurea. Solo il 6% dichiara di avere la licenza di scuola elementare.

I dati sono della UilTics. Questa indagine ci dice tre cose: 1. la maggior parte dei riders non ha motivo di fare questo lavoro a vita, è solo un riempitivo in attesa del lavoro vero 2. la stragrande maggioranza, quindi, vuole solo qualcosa di semplice da fare nel tempo libero per guadagnare qualcosa 3. Esiste una minoranza vocale e rumorosa che non vuole la concorrenza degli altri. Da cosa deduco il punto tre? Dal fatto che se imponessi un minimo orario, quindi non a cottimo, la compagnia non avrebbe più interesse a prendere i ragazzini che magari ti fanno solo una decina di corse alla settimana negli orari più richiesti, ma avrei tutto l’interesse a prendere chi mi garantisce stabilità nel lavoro ed affidabilità nelle consegne. Cosa che oggi selezioni in base alle scelte che fa ed ai voti che prende, mentre domani mi dovrei affidare ad un contratto tradizionale, con i tradizionali problemi che questo si porta dietro, ingessando il settore e rendendolo di base totalmente diverso da quello che il mercato l’ha plasmato. Ed uccidendolo, con ogni probabilità. Cosa che, ironia della sorte, farebbe comunque il reddito di cittadinanza: chi me lo fa fare di pedalare quando per stare a casa prendo comunque 780 euro/mese?

Ma le cose divertenti non finiscono qui. Il PD, dopo aver dato dei razzisti in pratica a chiunque, ha chiesto il salario minimo mensile, per i lavoratori a tempo indeterminato. Una misura, storicamente, razzista se mai ve ne fu. Pensate che negli anni 30, in Usa, la disoccupazione tra i neri era marginalmente più bassa di quella dei bianchi. Poi, nei lavori meno qualificati fu inserita la paga minima. Il risultato fu un’ondata di disoccupazione. Sapete, invece, dove questo non successe e gli stipendi un po’ alla volta si normalizzarono da soli? Nei settori che non ne furono toccati, come sport e cinema. Questo avviene perché la leva di integrazione che hanno le minoranze è quella salariale. Se la togli, loro restano esclusi e tu li devi anche mantenere. Ancora una volta, quindi, gli amici Dem riescono nell’arduo compito di superare in demagogia l’avversario populista, cadendo in tutti i difetti che gli hanno sempre imputato: superficialità, ignoranza storica e razzismo.

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