Salviamo l’organo di Brera che rischia il silenzio

Cultura e spettacolo

Milano 28 Maggio – È l’organo più antico della Lombardia e il secondo d’Italia. Alle sue tastiere si è seduto Wolfgang Amadeus Mozart, nel mese in cui visse a Milano, insieme con il padre Leopold e alla sorella Nannerl. Ma lo suonarono anche Giuseppe Verdi, Eugenio Sammartini, Amilcare Ponchielli. In mezzo millennio di esistenza, non ha taciuto un giorno l’organo della Basilica di San Marco in Brera, costruito fra il 1506 e il 1507 da Leonardo d’Allemania. Ma oggi la sua «voce», che vanta ben 2 mila 332 sfumature delle sette note — tante sono le canne — vede venir meno il suo vigore. È dagli anni Settanta che, all’eccezionale strumento, viene eseguita solo la manutenzione ordinaria. Le camere d’aria, ovvero il «polmone» dell’organo, si trovano nel sottotetto e alcune membrane sono ormai ammalorate. Così, l’aria che dovrebbe produrre il suono non alimenta tutte le canne e alcune non suonano più. Urge un restauro, prima che i danni siano irreparabili. Così, un mese fa, don Luigi Garbini, sacerdote e musicista, da vent’anni vice parroco della Basilica, ha lanciato un appello ai parrocchiani, invitandoli ad «adottare una delle canne». «L’organo è un tesoro, un vero gioiello, non possiamo permetterci di attendere ancora, perché si rovina — spiega don Luigi —. Con le adozioni da parte dei fedeli e magari con l’intervento di qualche istituzione o fondazione riusciremmo a finanziare il restauro. Il sogno sarebbe di sistemarlo nei mesi estivi, così non dovremmo privarci troppo a lungo della sua musica».

Dai preventivi s’ipotizza una spesa di circa 200 mila euro. Le canne verrebbero smontate una a una — sono alte da 2-3 centimetri fino a cinque metri — ripulite e risistemate insieme a tutta la complessa macchina. Che ha due tastiere — e già questa è una rarità — e ben quarantuno «manette», le leve che danno al suono il registro, il timbro: che sia quello della voce umana o quello delle trombe, dell’ottavino o del clarone, perfino delle percussioni, i timballi e i campanelli.«Un restauro che chissà cosa potrebbe rivelare — confida l’organista di San Marco, il maestro Riccardo di San Severino —. Ogni centimetro di questo strumento è materiale di lettura. Sappiamo ad esempio che un giovanissimo e anche scapestrato Mozart lasciò incise le sue iniziali sull’organo barocco della Chiesa di San Tommaso a Verona. Chissà che non lo abbia fatto anche su questo o che ci siano altre sorprese sui legni della cantoria». Lo strumento, che oggi si trova nella navata centrale, sulla sinistra, non è sempre stato in questa posizione. Prima era nel transetto, ma nel 1711 fu smontato e ricostruito nella posizione attuale dall’organaro milanese Carlo Brunelli. Poi venne di nuovo ampliato nel 1745 e ancora riformato e accresciuto nel 1807. Il restauro lo riporterebbe allo splendore dell’ultimo intervento: quello di Natale Balbiani, che conservò tutte le parti più antiche dello strumento e aggiunse i registri di colore noti al suo tempo, nonché alcuni di sua invenzione, come il flauto polacco e il violone 16. «Le leve per i registri più antichi, come il flauto in ottava e la voce umana, sono posizionate in fondo, vicino ai pedali», spiega l’organista.

«Si dice che l’organo sia il re degli strumenti, perché solo l’orchestra può competere con lui», aggiunge invece don Luigi, che spiega anche come la musica liturgica, nell’Ottocento, fosse molto diversa da quella che si ascolta oggi, durante le celebrazioni. «All’inizio del diciannovesimo secolo c’era il desiderio di trovare colori e sonorità nuove, che andava di pari passo con l’arricchimento dello strumento. Ad esempio, oggi non siamo abituati a sentire una marcia bandistica per organo al momento dell’elevazione, invece allora era normale».Tanti gli aneddoti attorno a questo eccezionale strumento. Nel 1836, narrano le cronache, il famoso organista padre Davide da Bergamo fece un concerto che ebbe così tanto successo che il musicista dovette replicare l’esecuzione per tre giorni consecutivi, di fronte a tremila spettatori. Inoltre, sebbene monumentale, a Mozart, molto probabilmente, sembrò di dimensioni modeste: in Austria era abituato a suonare organi ancora più grandi. Ma questo è un vero unicum. «È come se il costruttore — conclude l’organista — avesse voluto sfidare se stesso e portarlo al massimo esprimibile».

Giovanna Maria Fagnani (Corriere)

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