Il sistema scuola dimenticato dai politici

Politica

Milano 5 Maggio – Uno dei temi tra i più negletti, nel gran parlare di programmi che si fa in questi giorni, è certamente quello della scuola. Lo stato del nostro sistema scolastico è preoccupante, non solo per gli atti di bullismo che lo pervadono, ma soprattutto per gli scarsi risultati che i nostri studenti ottengono nei test internazionali Pisa. Tassi elevati di abbandono scolastico e bassa percentuale di passaggio all’università completano il quadro. La riforma della Buona Scuola, partita con intenzioni migliori, ha lasciato per strada la componente meritocratica, mentre non ha lesinato in assunzioni. Molti dei partiti che erano all’opposizione la vogliono abolire e tutti promettono formule trite: più soldi, più connessione col mondo del lavoro, rafforzare il binomio sport-scuola. Cambiamenti veramente decisivi e pieni di immaginazione.

Andiamo ora dall’altra parte dell’Oceano dove è stata appena assegnata l’annuale medaglia Bates Clark al miglior economista sotto i 40 anni che lavora negli Stati Uniti. Il premio è un riconoscimento rilevante in quanto proviene dall’associazione nazionale degli studiosi di economia e nel 30% dei casi si traduce in un premio Nobel. Quest’anno è stato assegnato a Parag Pathak, 37enne accademico del Mit di origini nepalesi. La motivazione della scelta si ricollega agli studi econometrici, dotati di forte supporto empirico e teorico, che Pathak (lo so, in Italia non suona bene) ha condotto sull’argomento della libertà di scelta scolastica.

In buona sostanza, il giovane studioso ha verificato che il sistema delle charter school, scuole che ricevono fondi pubblici ma hanno libertà di gestirsi come meglio credono, coinvolgendo imprese e finanziatori privati e potendo non applicare il contratto collettivo di lavoro per i docenti, hanno effetti migliori per gli studenti rispetto alle tradizionali scuole pubbliche. Queste evidenze emergono anche da uno studio molto ampio del 2015 del Center for Research on Education Outcomes di Stanford, una delle prime cinque università al mondo.

I risultati non sono certamente univoci: ad esempio, le nuove scuole non affiliate a network nazionali possono addirittura peggiorare la qualità di apprendimento dei ragazzi. Invece, gli istituti che appartengono a delle reti consolidate e che sono sotto la supervisione di autorità statali possono aumentare il bagaglio dello studente di un equivalente di 180 giorni di docenza (vale a dire è come se il discepolo avesse potuto fare 180 giorni di lezione in più del suo equivalente in una scuola pubblica).

Un rapporto molto dettagliato pubblicato nel 2017 dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo dei Paesi a più alto reddito del mondo, giunge alle stesse conclusioni. Nel suo «School choice and school vouchers: an Oecd perspective» si legge che se l’autorità pubblica mantiene un ruolo strategico e di supervisione intelligente (cioè non burocratica), le politiche che incoraggiano la libertà di scelta delle famiglie possono aiutare i «sistemi scolastici a fornire l’educazione adatta a una popolazione studentesca diversificata, limitando il pericolo di segregazione sociale».

L’abbondanza di dati raccolta dall’Ocse lascia pochi dubbi: ad esempio se la gestione della scuola è responsabilità di presidi e corpo docente i test Pisa di scienze sono molto più positivi rispetto ad un’intrusione di provveditorati, enti locali o, peggio di tutti, ministeri.

Inoltre, laddove gli istituti privati sono finanziati in larga parte dal governo (come in Olanda, Finlandia, Svezia e Germania), si attutiscono le differenze socio economiche tra chi frequenta una scuola pubblica ed una privata, evitando così l’effetto segregazione. Il sistema dei voucher che Milton Friedman propose nel lontano 1962, lungi dall’essere una «privatizzazione» dell’istruzione, mirava esattamente a concedere a tutte le famiglie, soprattutto le più svantaggiate, la possibilità di scegliersi una scuola, statale o indipendente, solo per i suoi meriti, non per i costi. E tale potere delle famiglie avrebbe stimolato una sana concorrenza tra istituti per migliorare la qualità del servizio. Ed infatti gli studi citati nel rapporto Ocse costantemente mostrano che nelle nazioni ove le scuole hanno più autonomia e riescono a cooperare tra loro, esse sono le più innovative. Un sistema dove i collegi privati possono essere degli esamifici a pagamento, d’altra parte, porta ad esiti insoddisfacenti, come sembra dimostrare il caso italiano, dove peraltro le scuole paritarie sono maltrattate nonostante consentano allo Stato un risparmio di 6 miliardi l’anno (tanto si dovrebbe sborsare se gli studenti degli istituti privati oggi passassero in quelli pubblici).

Insomma, migliorare il sistema scolastico non si presta a soluzioni semplicistiche, anche se, come succede quasi sempre, competizione e autonomia sembrano essere carte vincenti. Se le risorse (anche intellettuali) che dovrebbero essere investite per mantenere le ultime promesse elettorali fossero destinate ad aiutare i giovani a diventare veri cittadini, istruiti e consapevoli, ci guadagnerebbe l’intero Paese.

ALESSANDRO DE NICOLA ( IlTempo.it )

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