Pansa: Mattarella è un duro. A me profetizzò il crollo dei partiti.

Politica

Sembra impalpabile, ma è tenace e chi andrà alle consultazioni lo vedrà.

Milano 12 Marzo – Sempre più spesso mi capita di pensare che noi italiani dobbiamo ringraziare la Democrazia cristiana e i suoi lunghi anni di potere. È una riflessione che spetta soprattutto a quelli come il sottoscritto che non hanno mai votato per la Balena bianca. Perché non l’ho fatto? I motivi erano diversi e tutti un po’ grotteschi. Non faceva fino. I grandi quotidiani, un miraggio per un ragazzo che voleva fare il giornalista, erano quasi tutti guidati da direttori affatto dc. Infine perché le ragazze di sinistra non la mettevano giù dura prima di concedersi, mentre le ragazze biancofiore erano sempre restie ad ammainare le mutandine.

Tra i tanti motivi che dovrebbero spingerci a dire grazie alla defunta Democrazia cristiana, oggi ne intravedo un altro che prima mi sfuggiva. La Balena ci ha lasciato in eredità una classe dirigente, ormai sempre più ridotta con il trascorrere degli anni, ma che ci rende ancora un servizio ammirevole. Posso citare il più illustre di questi sopravvissuti? Il nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un ex ragazzo del 1941, che in luglio compirà 77 anni. Ecco un politico che inganna molti osservatori distratti. Costoro pensano che l’inquilino del Quirinale sia un signore per bene, ma debole. Un tipo che non ama parlare e non vorrebbe occuparsi di politica. Insomma il personaggio creato in tv dal grande Maurizio Crozza: una specie di mummia che osserva il mondo con lo stupore del fanciullo che non sa quali pesci prendere.

Invece Mattarella è tutto il contrario. E ce ne accorgeremo se i partiti di oggi non sapranno trovare la strada giusta per dare all’Italia un governo adatto ai tempi perigliosi che ci aspettano. In questi giorni Mattarella ha già parlato. E interverrà sempre di più. Non è affatto un debole. Del resto è cresciuto con un padre come Bernardo Mattarella, il vero capo della De siciliana nel dopoguerra. Ha visto uccidere dalla mafia il fratello Piersanti. E’ riuscito a sopravvivere all’inferno della politica italiana perché possedeva, e possiede, una virtù silenziosa: quella di essere un goccia che cade. E adesso vi spiegherò che cosa significa questa immagine.

Ho conosciuto Sergio Mattarella in un momento cruciale per la Democrazia cristiana e per l’area di Ciriaco De Mita, la sua corrente. I demitiani erano la tribù che poteva vantare una quantità di tipi umani che non tutti i clan della Balena avevano. De Mita svettava sull’intera parrocchia. E ti catturava come pochi sapevano fare. Mi diceva sempre: ‘Pansa, tu non capisci i miei ragionamenti! Ma se non mi comprendi, come puoi pretendere di intervistarmi?». Riccardo Misasi, il capo della sua segreteria, amava De Mita e lo riteneva il nuovo Giulio Cesare della politica italiana. Quanto a Mattarella era tutta un’altra storia.

Il mio ricordo ha una data precisa: l’inizio del febbraio 1989. Il giorno 17, a Roma, si sarebbe aperto il diciottesimo congresso nazionale della Dc e tutti davano per conclusa l’era di De Mita, durata sette anni. Sentivo dire: Ciriaco è cotto, è fritto, è finito. Deve sloggiare da piazza del Gesù. Lui e i suoi: gli avellinesi e anche gli altri. Che grandinate sulle tende demitiane! Roba da far saltare i nervi a un rinoceronte di marmo. Però i nervi non saltavano. Non a tutti, perlomeno. A Sergio Mattarella certamente no.

Andai a trovarlo a Palazzo Chigi, dove ancora sedeva De Mita, nel suo ufficio di ministro per i rapporti con il Parlamento. In quel momento aveva 48 anni e un volto assai più giovane sotto i capelli già bianchi. Un signore pacato, tenace, senza ansie da potere. Un suo amico mi aveva detto. «Nel lavoro di partito, Sergio è tenacissimo e insistente, come la goccia che cade».

Gli chiesi se gli piacesse l’immagine della goccia. Lui sorrise: «Non so dirle se sono così. Però Aldo Moro aveva già spiegato l’importanza dei piccoli passi. Elogiava il lavoro che sembra fatto di niente. Non dico che i piccoli passi, quelli che si vedono poco, siano i più importanti. Ma di certo lo sono quanto i grandi movimenti che suscitano clamore».

Se rileggo gli appunti che presi nel nostro lungo colloquio, rimango ancora stupito dalla schiettezza di Mattarella nel descrivermi i partiti e la Casta politica di allora. Mancavano appena tre anni all’inizio del ciclone di Mani pulite. Ma i guai tremendi del partitismo apparivano ben chiari nell’esperienza di Sergio e lui non arretrò nel ricordarmeli.

Disse «Bisogna cominciare dallo stato del tesseramento. È molto gonfiato e questo rende dubbia la legittimità della rappresentanza nel partito. E c’è di peggio. I tanti padroni delle tessere paralizzano la vita della Dc. I leader nazionali sono prigionieri di questi concessionari del marchio democristiano. Ne nasce un rapporto inverso a quello normale: non comandano i vertici del partito, bensì i gruppi periferici che sono i veri padroni dei vertici nazionali».

«C’è poi un secondo male» continuò Mattarella. «Non è soltanto della Dc, anche se noi democristiani ce ne stiamo accorgendo prima di altri. Il reclutamento dei dirigenti in periferia avviene per linee sempre più interne. I partiti pescano i loro quadri soltanto fra i professionisti della politica già all’opera nelle correnti, nelle sub-correnti o nelle istituzioni. Questo rende i partiti asfittici e sempre più distanti dal loro retroterra sociale. Infine i quadri selezionati in questo modo risultano mediocri».

Conclusione? Sergio Mattarella, seguitando a parlare senza enfasi, si dimostrò profetico: «Anche la Dc si trova in questa trappola molto rischiosa. Dobbiamo riuscire a rompere il sistema che le ho descritto, inserendo nei partiti energie nuove, raccolte dentro la società civile. Oppure i partiti moriranno. Non abbia il timore di attribuirmi questa previsione nera».

A quel punto Mattarella mi offrì un’altra previsione: «In tutto l’Occidente è in corso un processo che spinge i veri centri di decisione a trasferirsi fuori dalla politica. Esiste il pericolo che i partiti diventino una sovrastruttura che galleggia su altri centri di potere né palesi né responsabili. La politica, invece, deve essere un punto alto di mediazione nell’interesse generale. Se la politica non è in grado di essere questo, le istituzioni muoiono. E prevale chi ha più forza economica o più forza di pressione, che è poi la stessa cosa».

Così parlava Sergio Mattarella nel 1989. Dimostrava di sapere con certezza che un’epoca stava finendo. E talvolta attraverso eccessi più grotteschi che tragici. Ne incontrai un campione mentre stavo uscendo da Palazzo Chigi. Era l’ombra imponente del socialista Gianni De Michelis, ancora per poco vicepresidente del Consiglio nel governo De Mita. Mi regalò un salutone cordiale, poi cominciò a sparare a raffica contro i vertici dei partiti. Quindi ringhiò: «Nel vertice del Psi c’è uno solo ad avere il temperamento giusto per tenere testa a Craxi. E sai chi è?». Gli risposi: «Scommetto che sei tu, Gianni». E quel meraviglioso peso massimo, sempre pieno di femmine audaci e chiamato Avanzo di Balera per la sua passione di frequentare i night, scuotendo vezzoso la chioma strillò con un sogghigno: «Come hai fatto a indovinarlo? ».

Poi il ciclone di Mani pulite distrusse i partiti. Rimasero vive, ancorché nascoste, le gocce che cadono senza mai fermarsi. Ventisei anni dopo una di queste entra al Quirinale. E oggi sta per affrontare la battaglia più difficile. Attenti a Mattarella: farà polpette della nuova Casta nata domenica 4 marzo 2018.

Gianpaolo Pansa (La Verità)

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