La domatrice di razza.

Zampe di velluto

La cavalla Esterina placava i puledri imbizzarriti. E otteneva pure il baciamano. Da non crederci.

Scuderia “Il Gufo” Cisliano

Non solo i cani. Belli e imprevedibili, fra gli animali amati da mio padre, c’erano anche i cavalli. Nelle vecchie immagini che gli erano care, c’è il ritratto fotografico degli anni 30 di un magnifico destriero rampante, dal mantello nero e preso di fronte . Lo conservava gelosamente nel portafoglio , gli ricordava la sua gioventù. Una cavalla versatile fu per la sua famiglia come oggi l’automobile, il trattore, la motocicletta. A seconda delle esigenze le mettevano la sella o la utilizzavano con il calesse. Era un animale dal carattere generalmente docile, ma pur sempre un cavallo, e un giorno si imbizzarrì. Capitò al mercato ortofrutticolo di Piacenza. Lo stalliere, a cui era stata affidata arrivò trafelato da mio padre: «Venisse a prendere immediatamente la cavalla perché stava succedendo il finimondo». Mio padre la vide di lontano, che sembrava una diavola, scalciava, si impennava, mordeva. Gli uomini erano schizzati ovunque per ripararsi. «Nìna!», le gridò. Al suono della sua voce si calmò immediatamente (Ah, sei qui? .. bene…bene).

La cavalla ebbe un puledro. Scorrazzava libero nella contrada. “Rubava” e portava a casa tutto ciò che le massaie lasciavano sulla soglia: scope, ciabatte, utensili e quant’altro. Più quelle gli urlavano “Ah. can da la bissali”(briccone), lui in sequenza: lanciava un nitrito che sembrava una risata irriverente, scalciava e partiva al galoppo con gli oggetti in bocca, facendosi beffe di loro”. C’era un continuo viavai di donne, più divertite che irritate, a riprendersi la refurtiva ammonticchiata nel “deposito” del puledro in un angolo del portico. Fu un osso duro quando si dovette domarlo. Mio padre iniziò la procedura: passo dopo passo, con tanta pazienza, un po’ ogni giorno lo abituava al morso e alle briglie, ma quando gli appoggiò la sella sulla groppa, reagì violentemente. Scalciò,si impennò e mio padre che con una mano gli stava tenendo la criniera, si rese conto in un attimo che se lo avesse lasciato sarebbe finito rovinosamente fra gli zoccoli, strinse la presa e rimase appeso al collo del puledro che scattò in una corsa folle. “Volarono” insieme per quasi un chilometro e un tempo che sembrò eternità. Finché, esausto e schiumante di sudore il puledro si fermò contro un provvidenziale muro che sbarrava la strada. Mio padre che era stato flagellato da tutti · i rovi del percorso era scorticato da far paura ma miracolosamente tutto intero e il cavallo, come per incanto domato. Se mio padre domava i cavalli, mia madre non fu da meno… Venne il veterinario per la fecondazione artificiale di una mucca. La richiesta era: seme di razza limousine. Nacque un vitello color del grano, bruttino, con le gambe lunghe lunghe. Con il passare del tempo, il suo mantello schiariva. L’animale soprattutto cresceva con una rapidità impressionante. In quella stalla non s’era mai visto nulla di simile, i miei, nonostante la molta esperienza,si domandavano allibiti:«Ma cos’è?». Alto sulle zampe e possente, di probabile razza chianina, il bestione bianco, in un paio d’anni occupava il posto di quasi tre bovine. . C’erano quel giorno gli operai della compagnia telefonica, il loro lavoro chiassoso di voci e rumori aveva creato scompiglio in un’area solitamente quieta nei pressi della stalla e gli animali si erano molto agitati. Gli operai chiamarono mia madre: «Venga, presto, sta succedendo qualcosa». C’era un gran trambusto, le vacche muggivano disperate. Il toro aveva spezzato il legaccio e si aggirava libero nella stalla con gli occhioni sgranati, le voci concitate .degli estranei alle finestre non facevano che “aumentarne l’irritazione. «Via tutti»,disse mia madre, «toglietevi dalle finestre e per l’amore del Signore state zitti».«Ma che fa, non vorrà entrare! È pericoloso, si fermi, chiamiamo i vigili del fuoco »..Mia madre aprì piano piano il portone, giusto un passaggio, e lo richiuse dietro di sé. Lei e il bestione si guardarono, gli si avvicinò,«Tèh, tèh», gli mormorò dolcemente e allungò la mano, lui la leccò. Mia madre gli mise un nuovo legaccio e lo fissò tranquillamente alla mangiatoia. Gli uomini che avevano spiato tutta l’operazione, col cuore in gola e temendo il peggio, erano esterrefatti. Secondo me ancora se la raccontano, di quel” la donnina non più giovane e dall’apparenza fragile che ebbe ragione di un bovino gigantesco e nervoso e ne aveva ottenuto perfino un… baciamano. Esterina, la torera!
FRANCA PERINI (Libero)

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