Trump il leader del mondo libero (piaccia o no)

Esteri

Milano 9 Settembre – Stiamo tutti un po’ perdendo il controllo, ed entro certi termini è normali, visto che stiamo sospesi sull’orlo di una guerra. Sì, di una guerra dal potenziale domino globale, quello che per settant’anni, notevole eccezione della storia umana, è stato un tabù. Qualcuno, forse, vuole che Kim Jong un rappresenti il detonatore: questo tetro clown che gioca al Dottor Stranamore sulle macerie di un popolo affamato e congelato nella sua stessa umanità ha fatto passi troppo spediti, e troppo fini tecnologicamente, arrivando fino a una bomba H dall’impatto pari a 5 volte Hiroshima, per aver prodotto tutto in casa. Anzi, un primo impazzimento della cronaca, miope e bucherellata, che stiamo abbozzando della storia che si fa, o meglio si disfa, sotto i nostri occhi, sta proprio nella posizione di chi Kim l’ha aiutato, sostenuto, utilizzato. A diverso titolo, cinesi e russi, diamo un nome alle cose, la più grande dittatura comunista tuttora esistente (qualcuno non crederà che il capitalismo di Stato alla pechinese c’entri qualcosa col libero mercato, vero?) e il Paese che per settant’anni è stato il principale nemico dell’Occidente, retto da un autocrate figlio purissimo di quella scuola, ramo Kgb. I cinesi hanno retto e continuano a reggere economicamente quella farsa tragica che è il regime di Pyongyang, spesso lo hanno anche aizzato come vassallo di comodo nell’area per contrastare la presenza americana nel Pacifico, ma soprattutto per intimorire concorrenti potenzialmente formidabili come Giappone e Corea del Sud, adesso probabilmente ne hanno perso il controllo, perlomeno non danno più le carte della possibile escalation personale del clown, e continuano a sproloquiare di “calma”, “negoziati”, “soluzione diplomatica”, mentre il vassallo più o meno ex sta armando i missili balistici direzione Seul. Putin, impossibilitato a un ruolo di primattore nella crisi visto il suo epicentro geografico e la pesante esposizione della Russia, che rimane un gigante dai piedi d’argilla, su altri fronti (Siria, Ucraina), non perde comunque l’occasione per un capolavoro di ambiguità tardosovietica, mettendo in guardia gli Usa dalla “retorica militare” (ammonimento che in bocca a lui suona vagamente surreale) e addirittura paventa rischi di “catastrofe globale“. Cosa sta dicendo, l’idolo di buona parte di quell’entità fantasmatica, tra il sovranismo all’amatriciana e le nostalgie fuori tempo massimo, che ha preso il posto del centrodestra liberale in Italia? Che bisogna restare inerti mentre la Corea del Nord gioca all’apocalisse nucleare, che non bisogna intervenire in nessun caso, nemmeno per difendere Seul e nemmeno di fronte alle minacce reiterate di colpire suolo Usa, sta addirittura minacciando, suggerendo che la Russia scenderebbe in campo contro un’iniziativa militare americana? In ogni caso, sta coprendo Kim, uno dei più barbari e pericolosi dittatori contemporanei, e andrebbe raccontato per quello che è, un abile gangster internazionale, mica un fine statista.

Poi c’è l’America, certo. L’America che si trova una grana terribile, la possibilità dello scoppio della Terza Guerra Mondiale a Oriente, figlia della “pazienza strategica” con cui Barack Obama ha approcciato per otto anni il trastullo nucleare di Pyongyang, uno dei tanti ossimori idioti portati avanti dalla peggiore amministrazione americana della storia recente, e per distacco. L’America minacciata esplicitamente nelle sue città e nelle sue case, l’America che non può, non essendo ancora ridotta a quel continente ipocrita e parolaio che è l’Europa (un “verme militare” fin dai tempi di Kissinger), non ragionare come il generale Mattis, segretario alla Difesa che pure si sta prodigando forse più di tutti per una soluzione diplomatica: “se colpiscono il nostro territorio si chiama guerra”. E territorio Usa è anche la base navale di Guam, obiettivo esplicitamente annunciato da Kim.

Soprattutto, c’è l’America che ha eletto Donald Trump. Un presidente che nessuno è obbligato a farsi piacere (anzi, per la verità ha contro il novanta per cento del circo mediatico su entrambe le sponde dell’Atlantico), un leader certo non convenzionale e su cui si possono covare legittime e svariate perplessità (a nostro modesto giudizio, ad esempio, sta peccando per la prima volta d’immobilismo in questa crisi nordcoreana), ma il comandante in capo liberamente eletto dalla più grande democrazia liberale del mondo. E le democrazie liberali vivono di conflitti, strappi, contestazioni, differenze marcate, fin di gusti e di idiosincrasie, lo sappiamo. È quello che le differenzia da Pyongyang, da Pechino, da Mosca, ad essere precisi: criticare l’operato dei governanti. Ma lo sfregio, la grottesca equivalenza morale coi dittatori e perfino col clown macellaio, il vero e proprio sabotaggio della leadership occidentale che sta andando in scena in questi giorni, a partire dai nostri periferici lidi italici, è altra cosa. È autolesionismo. Spesso involontario, dunque della peggior specie. Ha sollevato un tale carico d’odio, nell’élite politicamente corretta che godeva per la normalizzazione obamiana dell’America, questo eccentrico imprenditore col toupé che si è (ri)preso il suo Paese a furia di parole d’ordine reaganiane in economia, choc fiscale anzitutto, e nixoniane in politica estera, sano realismo dei principi che non arretri di fronte al mondo, che anche la crisi nordcoreana e la possibilità della Terza Guerra Mondiale diventano pretesti per dargli addosso. A tal punto, si è anestetizzata la nostra coscienza di occidentali, di uomini liberi: c’è la possibilità che un’orrenda monarchia ereditaria comunista, uno scherzo della politica e della storia, scateni l’apocalisse nucleare con la copertura, se non la complicità, di russi e cinesi, e il problema è Trump, sempre Trump. Per quei perditempo in doppiopetto del Forum Ambrosetti, che con l’economia e il concreto scambio di beni tra gli uomini c’entrano meno di nulla, la principale minaccia alla pace mondiale. Detto ora, nei giorni di Kim, della bomba H, degli allarmi aerei e delle esercitazioni a Seul. È follia, ma a uno stadio talmente spinto da diventare criminale, è una minaccia al futuro dei nostri figli. Non riconoscere più l’ovvio, la scelta elementare, dunque decisiva, libertà o schiavitù, vita o morte. E invece niente, si continua il gran ballo mediatico sulla tolda del Titanic, testate nucleari al posto dell’iceberg, si ironizza sui tweet di Trump, si fanno arguti paragoni tricologici tra lui e Kim, si addossa addirittura a lui la responsabilità della crisi e della guerra imminente, come fosse colpa sua se il suo predecessore è stato tanto inetto da trasformare il clown nella principale minaccia alla pace mondiale (con buona pace dei cretini laureati ad Harvard dell’Ambrosetti, questa è la cronaca quotidiana). Soprattutto, mi viene una domanda. Ma questa bella gentaglia che sputa sull’inquilino della Casa Bianca dai desk di Manhattan, Parigi, Roma, Milano, ha chiaro che se scoppiasse domani l’apocalisse costui rappresenterebbe la loro unica speranza? Abbiamo chiaro che il rischio è quello di una guerra, regionale o nel peggiore dei casi globale, tra mondo libero e schegge impazzite del totalitarismo contemporaneo? E soprattutto, abbiamo conservato abbastanza senso morale per compiere una scelta di campo, oltre i talk della sera e i birignao del politicamente corretto? Qui, nel nostro minuscolo, sì, e lo rivendichiamo.

Giovanni Sallusti (L’Intraprendente)

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