Francesco Sforza, figlio orfano per colpa di un cavallo.

Zampe di velluto

Forse non tutti sanno che Attendolo è il nome primitivo del casato degli Sforza, gli antichi duchi di Milano. Quella degli Attendolo era una dinastia di condottieri militari, altrimenti detti capitani di ventura, a capo di un esercito di mercenari. Essi prestavano la propria esperienza e il proprio esercito dietro compenso. Questa era la struttura militare dell’epoca: una via di mezzo tra l’antica cavalleria e il moderno esercito. Il fondatore della dinastia fu il romagnolo Giacomuccio Attendolo o, più precisamente, Giacomuzzo dal quale si ricavò il diminutivo Muzzo che, a causa del solito alchemico passaparola, divenne infine Muzio. Giacomuzzo, nonostante il nome poco virile non lasciasse sperare nulla di buono, seppe farsi molto onore sui campi di battaglia facendo probabilmente passare a chicchessia la voglia di schernirlo; soprattutto ai suoi nemici, ai quali al solo udire il suo nome tremavano i denti. Essendo l’ingaggio di un condottiero militare direttamente proporzionato all’abilità e alla fama conquistate, ed essendo Muzio divenuto abilissimo nell’arte della guerra, non tardò di conseguenza ad accrescere notevolmente i propri possedimenti mentre la sua fama raggiunse ogni angolo della penisola.

La sua morte però non fu molto gloriosa per un combattente di tale fama, salvo il fatto che cercò di compiere un’opera di bene; o almeno così hanno lasciato scritto per i posteri le cronache del tempo. E’ certo che Muzio morì nel 1424, annegando nel fiume Pescara mentre cercava di salvare un valletto che rischiava d’essere trascinato via dalla corrente durante un guado. Era nel bel mezzo del fiume quando sentì il ragazzo urlare aiuto: essendo a cavallo, Muzio gli allungò il braccio sporgendosi di sella, ma il suo cavallo, addestrato alla battaglia e non al guado dei fiumi, rinculò e scivolò sul fondo viscido. Lui e il cavallo caddero insieme; Muzio fu sbalzato di sella e, appesantito com’era dall’armatura, e forse anche dal cavallo cadutogli sopra, affondò trascinato dalla corrente. La storia ufficiale si preoccupa di farci pervenire alcuni particolari che riguardano il cavallo: si chiamava Scalzamacca e si salvò dalle acque. Nulla però ci tramanda del giovane valletto: né il nome, né la sua sorte. Riguardo al capitano di ventura, fu una vera sfortuna per lui morire annegato durante il guado di un fiume sotto il peso di chi lo aveva sempre portato fieramente in groppa facendogli attraversare indenne i fiumi di sangue che scorrevano sui campi di battaglia!

Essendo la spada prestata a pagamento un’ottima occasione per far carriera, Muzio l’aveva fatta intraprendere anche al suo primogenito Francesco e ad altri tra i suoi figli. Francesco iniziò ad apprendere l’arte della guerra a dodici anni e quando il padre morì, ereditò insieme al suo esercito anche il soprannome di ‘Sforza’. Anzi, con un apposito decreto fu concesso a Francesco di assumere il soprannome quale cognome effettivo. Francesco Attendolo divenne così Francesco Sforza.

Col tempo si dimostrò valoroso in battaglia proprio come lo era stato suo padre; e alla sua morte, il figlio Galeazzo Maria determinò di erigere in suo onore un monumento equestre, ma nessuno era in grado di realizzare la grandiosa scultura. In seguito fu un altro figlio di Francesco Sforza, Ludovico Sforza detto il Moro, a riprendere il progetto del fratello che doveva essere poderoso, più grande di qualsiasi monumento fino ad allora realizzato. Leonardo da Vinci rimase affascinato da quest’idea, dunque si recò dal Moro con una lettera di presentazione nella quale era anche contenuta la proposta di prendersi carico della realizzazione della scultura bronzea. Affidatogli il progetto, da uomo scrupoloso qual era, Leonardo prima di procedere s’impegnò in approfonditi studi di anatomia e passò giorni a osservare i cavalli nelle scuderie. Nel 1493 il modello di prova in argilla fu esposto nel castello suscitando grande apprezzamento. Quando però la grande quantità di bronzo per la fusione del monumento fu pronta, Ludovico il Moro sottrasse il bronzo per designarlo alla costruzione dei cannoni da utilizzare contro i nemici francesi che lui stesso aveva chiamato in suo soccorso ma che ora stavano invadendo l’Italia. Il famoso modello d’argilla del cavallo di Leonardo servì da bersaglio alle frecce dei francesi e fu irrimediabilmente rovinato. La scultura bronzea di Francesco Sforza non fu mai realizzata.

Quando il re francese Luigi XII fece prigioniero Ludovico Sforza, gli negò qualsiasi incontro e volle umiliarlo con un’esibizione poco gloriosa: lo fece sfilare circondato da arcieri, su di una mula, con indosso una ‘vestizola de zambeloto’.

Tratto dal libro ‘Messer Cicco, milanese eccellentissimo’

Sito: gocciadinchiostro.wordpress.com

 

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