Rapporto europeo:“In un anno le richieste d’asilo in Italia sono aumentate del 47%”

Politica

Milano 7 Luglio – L’Italia soffre più di tutti la pressione migratoria. Lo dicono le autorità italiane, che minacciano azioni clamorose come la chiusura dei porti per le navi delle Organizzazioni non governative. Lo dicono soprattutto i numeri contenuti nel rapporto annuale dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (Easo), secondo cui tra il 2015 e il 2016 è aumentato del 47% il numero di prime richieste di asilo. Si tratta principalmente di cittadini nigeriani. Un problema, visto che la categoria non è idonea per il meccanismo di redistribuzione tra Paesi dell’Ue (relocation). L’Italia deve farsi carico di questi arrivi, e lavorare sui rimpatri.

Prime richieste in calo, ma pur sempre alte

“I numeri parlano da soli”, si limita a sottolineare Josè Carreras, il direttore esecutivo di Easo. Nel 2016 hanno chiesto asilo 1.291.785 persone. Praticamente 2.483 domande per milione di abitante. E’ un numero in calo del 7% rispetto al 2015, ma si tratta comunque di cifre “importanti”, ammette Carreras. In termini assoluti è la Germania il primo Paese per numero di application (745.155), mentre in cifre percentuali l’Italia registra un significativo incremento su base annua (+47% tra il 2015 e il 2016%), arrivando a quota 122.960 domandi di asilo, la seconda soglia dell’Ue. Permane il problema dei minori: un terzo delle richieste di asilo presentate nell’Ue nel 2016 riguarda persone al di sotto dei 18 anni di età. Si tratta di circa 400mila tra bambini e ragazzi. Di questi 65.570 sono non accompagnati. Si chiede agli Stati (Germania e Italia su tutti, in quanti i principali interessati dal fenomeno) di prendere le misure necessarie per proteggere queste categorie di migranti.

Mediterraneo centrale, un problema

Si dice chiaramente nel ricco rapporto di 160 pagine che il mar Mediterraneo centrale rappresenta un problema. “Nel 2016 è stata la principale via d’ingresso in Europa per gli immigrati irregolari, con numeri record rispetto agli anni precedenti”. In totale si sono registrati 511mila ingressi irregolari nell’Ue da questa porzione di mare. Sono arrivati nell’Ue soprattutto nigeriani, e qui c’è un dato che non viene richiamato esplicitamente dal rapporto ma che ricorda il direttore di Easo. La Nigeria è uno dei centri della tratta di esseri umani, che alimenta in particolare la prostituzione. Non a caso “sulle donne nigeriane non abbiamo numeri, ma sappiamo che c’è un problema con il traffico”.

L’Italia sotto pressione

Anche questo aspetto non è trattato in modo diretto da Easo nel suo rapporto, ma l’Italia è uno campi operativi più difficile per l’Ufficio. “Siamo consapevoli che in Italia c’è forte pressione”, premette Carreras. “Il problema dell’Italia è che molte persone non sono idonee per ricollocamento” tra Stati membri dell’Ue. Vuol dire in sostanza che deve farsene carico l’Italia. L’Easo è pronta a offrire il sostegno, ma “abbiamo bisogno dell’autorizzazione dell’Italia, altrimenti non possiamo intervenire”. Quello che le autorità italiane possono e devono fare è accelerare con la realizzazione dei punti di identificazione. L’Italia, si ricorda nel docuimento, aveva promesso sei hotspot. A febbraio ne risultavano attivati quattro (Lampedusa, Pozzallo, Taranto e Trapani). Ma per l’Italia, si ammette, “la vera questione è su ritorni e rimpatri”.

Si rimpiange Gheddafi?

“Quello che accade in Italia non è niente di nuovo. Ci sono momento di normalità e momenti di picchi” negli arrivi, sottolinea il direttore esecutivo di Easo, secondo il quale “ciò che è cambiato è che la Libia non è più situazione in cui si trovava sei anni fa”, quando cioè era ancora vivo Muhammar Gheddafi. Oggi “la Libia è un Paese con cui l’Ue ha difficoltà a parlare”. A livello europeo c’è attenzione alla dimensione esterna, e il piano d’azione che l’esecutivo comunitario ha presentato ieri prevede un maggior ruolo della Libia nella gestione di traffico e flussi. Su questo il direttore generale di Easo è chiaro: da un punto di vista operativo “Easo non opera in Libia e non è previsto che inizierà a farlo”.

Emanuele Bonini (La Stampa)

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