2 Giugno: Storia di una mancata Costituzione liberale

Politica

Per celebrare la giornata della Repubblica vorremmo riportare un post che andrebbe fatto studiare nelle classi delle scuole del Regno. Scusate l’umorismo noir. Il tema centrale è: perché non possiamo dirci una Repubblica liberale. Il sito da cui l’abbiamo presa è Frontpage, al link http://www.thefrontpage.it/2010/06/21/come-e-perche-la-nostra-costituzione-non-e-liberale/:

Le due grandi culture che hanno dato vita alla nostra Costituzione – la cattolica sociale e la marxista – trovarono un solido punto d’intesa nell’idea che lo Stato, s’intende a fin di bene, avesse il diritto/dovere di intervenire nella vita pubblica ad ogni livello. È in questo senso che la Carta del ’48 non può dirsi liberale: è senz’altro democratica, ma alla ‘democrazia’ così come la intendevano la Dc e il Pci sacrifica senza timore molti principi liberali. Lo Stato, nella nostra Costituzione, può tutto; poiché si tratta di uno Stato ‘partecipato’, cioè democratico nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione stessa, il suo intervento risulta giustificato.

Ma è proprio questo il punto che separa questa visione dalla visione liberale: chiunque guidi lo Stato, e per quanto la maggioranza che lo sostiene possa essere ampia, vi sono àmbiti nel quale non è lecito intervenire. In altre parole, le costituzioni liberali servono a difendersi dallo Stato e dalla sua ingerenza; la nostra, invece, si regge sull’identità sostanziale Stato-democrazia-cittadini (quasi sempre trasformati in “lavoratori”).

La Carta, com’è ovvio che sia, riconosce anche numerosi principi liberali; ma l’impianto dei suoi Principi fondamentali ha un segno inequivocabile. I diritti del cittadino (o “lavoratore”) sono concettualmente e gerarchicamente subordinati alla collettività, si tratti delle “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” citate nell’art. 2 o della “partecipazione di tutti i lavoratori” evocata nell’art. 3; lo Stato può/deve intervenire nella vita economica, sociale e civile per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” (art. 3) senza che sia posto un limite a questo intervento; infine, il secondo comma dell’art. 4 sostiene addirittura che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Può darsi che vivere di rendita sia immorale, ma certo non può essere insostituzionale.

La centralità del lavoro, evidente fin dall’art. 1, è davvero ossessiva. Come in Metropolis, tutto ruota intorno al lavoro, e il principio stesso della cittadinanza (e dunque dell’uguaglianza di fronte allo Stato di diritto) è fatto implicitamente dipendere dall’essere un “lavoratore”. Non solo: l’unico diritto esplicitamente citato in tutta la Costituzione italiana è (art. 4) il “diritto al lavoro” – un diritto che non esiste nel pensiero liberale – mentre i “diritti inviolabili dell’uomo” – tutti quanti indistintamente, senza alcuna specificazione – sono soltanto citati nell’art. 2, e subito accoppiati, chissà perché, ai “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

Per capire come è articolata una costituzione liberale – una costituzione cioè che tutela l’individuo dalla collettività, dal governo e dallo Stato – è sempre utile rileggere i primi dieci emendamenti della Costituzione americana, il cosiddetto Bill of Rights (1791), che corrisponde, concettualmente, ai Principi fondamentali espressi nel primi 12 articoli della nostra Carta.

Il primo emendamento, il più famoso, vieta al Congresso (cioè allo Stato) di legiferare sulla libertà di culto, sulla libertà di parola e di stampa, sul diritto di associazione, sul diritto di rivolgere una petizione al governo. In altre parole, questi diritti sono riconosciuti all’individuo come naturali: nessuna autorità può conculcarli o limitarli.

Di particolare rilievo, e altrettanto famoso, il quarto emendamento: la prosa è settecentesca, ma l’argomento di stringente attualità: “Il diritto dei cittadini a godere della sicurezza per quanto riguarda la loro persona, la loro casa, le loro carte e le loro cose, contro perquisizioni e sequestri ingiustificati, non potrà essere violato; e nessun mandato giudiziario potrà essere emesso, se non in base a fondate supposizioni, appoggiate da un giuramento o da una dichiarazione sull’onore e con descrizione specifica del luogo da perquisire, e delle persone da arrestare o delle cose da sequestrare.”

Ma l’emendamento più straordinario – l’emendamento che mostra la dinamica della libertà, il suo movimento inarrestabile – è senz’altro il nono: “L’enumerazione di alcuni diritti fatta nella Costituzione non potrà essere interpretata in modo che ne rimangano negati o menomati altri diritti mantenuti dai cittadini”. È un’affermazione che manca in ogni altra costituzione al mondo, e che tuttavia contiene l’essenza del principio costituzionale stesso: per quanto si possa istituire un sistema di regole (e questo è senz’altro necessario), la libertà dell’individuo non può mai essere compressa.

Si potrebbe continuare a lungo; del resto, si tratta di testi e di tesi notissime. Le Costituzioni, si potrebbe dire, sono figlie di chi le scrive: e dunque non è colpa di nessuno se al posto di Jefferson abbiamo avuto Togliatti e De Gasperi. Ma sono anche madri di chi le legge: e non pare azzardato sostenere che gran parte dei problemi del nostro Paese – dall’inefficienza della pubblica amministrazione al costoso fallimento dello Stato-imprenditore, dalla farraginosità di leggi e regolamenti allo strapotere di sindacati e corporazioni – nascano dai principi scritti nella nostra Costituzione. Per questo, modificarne l’impianto con robuste iniezioni di pensiero liberale, ammesso che qualcuno ne sia in grado, sarebbe un buon servizio per l’Italia.

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