Meglio un dialogo sociale lordo

Economia e Politica

Milano 25 Maggio – Uno dei principali problemi dell’area politica di destra allargata, è il rapporto con il sindacato.

Le voci più strillanti e rumorose dell’area non vorrebbero nemmeno un rapporto, identificando le unions con gli aspetti più deprecabili dell’inefficienza lavorativa del pubblico impiego.  Molte altre, sempre dell’area, restano mute, cercando i voti dei sindacati più moderati senza sapere poi costruire idee comuni ad elezione avuta. Eppure oggettivamente, per i paradossi della storia e della cronaca, è proprio la destra allargata che si è più occupata della difesa dei pensionati, dei redditi fissi e del ceto medio impiegatizio scivolante nella povertà. Un sostegno che i sindacati accolgono senza profferire verbo. Infatti molti tabù impediscono un dialogo proficuo. Si pensi allo sciopero, forma legittimata di disubbidienza organizzata, che lede il principio monarchico della piena autorità imprenditoriale in azienda.

L’idea del decent work for decentpay e della redistribuzione del reddito da ricavi e profitti, nella storia, si è legata a molte altre idee forti, dall’internazionalismo, all’ambientalismo, al femminismo, allo statalismo ed al pubblicismo, al giustizialismo alla santificazione dei diritti omnicomprensivi ed all’ossessione sanitaria. Inoltre la gamma di servizi di matrice sindacale sono oggettivamente un’estensione della mano pubblica, percepita come nemico fiscale e ostativo dal mondo della libera impresa. Questa tradizione trattiene la stragrande parte del mondo sindacale ufficiale nel recinto dei partiti che almeno per tradizione, anche se non più di fatto, si rifanno alle belle sorti e progressive. Anche quando questi schiacciano senza remore i sindacati.

La realtà però fa sempre più fatica a tenere insieme l’antologia sindacale. L’internazionalismo, filoimmigrazionismo l’ambientalismo, la macchina della giustizia operano da decenni senza badare ai danni di breve, medio e lungo periodo inflitti sul mondo del lavoro e sull’occupazione. La confusione tra aiuto sociale e distribuzione di posti ha imposto i costi delle artificiose discriminazioni delle quote rosa, stranieri e disadattati. La santificazione dei diritti omnicomprensivi desertifica gli investimenti. L’attenzione al ruolo pubblicista dei sindacati li distrae dalla loro core mission, paghe più alte, argomento ormai ammutolito e sostituito da una marea di servizi  non richiesti. Nel contesto italiano dell’alta tassazione che annulla nei fatti qualunque piccolo incremento economico, la prima battaglia sindacale dovrebbe essere, all’opposto, la contestazione del sostituto d’imposta, puntando ad accordi di categoria che non paghino ai dipendenti la paga netta ma quella lorda. Non è più possibile difendere sic et simpliciter ad oltranza la tassazione che almeno per un 25% si traduce in  spesa pubblica sprecata o ingiustificata.

Ecco che l’attenzione alla difesa dei pensionati, dei redditi fissi e del ceto medio impiegatizio scivolante nella povertà, può condurre la destra allargata ad una proposta precisa ai sindacati che vogliano tornare ai motivi fondativi, sfrondando il panorama da una serie di temi che in fondo non li riguarda. Tanto più che è proprio nella tradizione destra moderna, soprattutto italotedesca quell’istituto di partecipazione che oggi l’Europa chiama dialogo sociale. Istituto che in Germania fa del sindacato un soggetto azionista, controaltare degli altri azionisti ed uno stakeholder con i mezzi e i poteri di una Fondimpresa di casa nostra.

Se invece la destra se ne disinteresserà, il lavoro resterà ostaggio della sinistra politica che punta nel tempo alla fine di ogni rappresentanza indipendente e della sinistra che sull’altare dello scontro è disposta a sacrificare i lavoratori. Un tempo si diceva “Meglio rossi che morti” (Betterredsthandeads). Oggi “Meglio rossi e netti” (Betterreds and neets – senza istruzione lavoro o formazione). Invece no, meglio lordi.

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