Brexit: tutte le conseguenze che si verificheranno per i cittadini italiani

Esteri

Milano 30 Marzo – La procedura per la Brexit è cominciata e il suo termine è previsto per il 29 marzo 2019: l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea avrà conseguenze irreversibili e ad oggi se ne possono contare almeno sette.

1 – Cosa succederà ai cittadini europei che vivono nel Regno Unito
I 3 milioni di cittadini Ue che risiedono nel Regno Unito dovranno ottenere la residenza permanente, “residence permit”, e a tal proposito, sono già cominciate le trafile burocratiche con moduli di 85 pagine da compilare. Londra non vuole punire chi è già nel Regno Unito e assicura che le persone non perderanno i diritti acquisiti, ma chiede che lo stesso trattamento venga riservato ai propri cittadini residenti negli altri Paesi Europei.

2 – Cosa succederà ai turisti italiani che vogliono viaggiare nel Regno Unito
I turisti italiani non potranno più viaggiare nel Regno Unito con la carta d’identità, ma dovranno premunirsi di passaporto, così come non sarà più valida la copertura garantita dalla Tessera sanitaria europea, ma sarà obbligatorio stipulare un’assicurazione. Sono previsti anche un aumento del prezzo del biglietto aereo e delle tariffe della telefonia. Si è ipotizzata la possibilità di far pagare una tassa d’ingresso e anche di creare un sistema di registrazione preventivo sul modello dell’Esta, necessario per viaggiare negli Stati Uniti. La sola nota positiva è che la sterlina, dopo il referendum, ha cominciato a svalutarsi e secondo gli analisti, è un fenomeno che potrà solo accentuarsi.

3 – Cosa succederà a chi vorrà andare a vivere nel Regno Unito
Per le persone che vogliono andare a vivere a Londra, non sarà così semplice: dovranno dimostrare di avere un lavoro, ma non uno qualsiasi. Si sta valutando di imporre delle quote all’immigrazione e di decidere in quali settori ci sia la necessità di assumere dall’estero e in quali no.

4 – Cosa succederà a chi vorrà andare a studiare nel Regno Unito
Per gli studenti che vogliono vivere un’esperienza di studio nel Regno Unito, i costi non saranno più come quelli attuali. Infatti, sono a rischio i benefici garantiti dalla comune appartenenza all’Ue, tra cui l’esenzione del pagamento delle tasse e l’accesso ai finanziamenti bancari per pagarle. Gli studenti europei fino adesso pagavano la stessa rata dei britannici (circa 11 mila euro l’anno), ma in futuro potrebbero pagare le tasse che oggi sono destinate agli studenti extraeuropei.

5 – Come sarà la circolazione delle merci tra il Regno Unito e gli altri Paesi Ue
Il Regno Unito, pur di riguadagnare il controllo sull’immigrazione, è disposto a porre fine alla libera circolazione delle merci. Se questo si verificherà o meno, dipenderà esclusivamente dall’esito delle trattative con Bruxelles. Nella migliore delle ipotesi, in cambio di una contribuzione al bilancio di Bruxelles, potrà mantenere l’accesso ad alcuni settori del mercato comune, come il settore automobilistico. Nella peggiore delle ipotesi, invece, bisognerà tornare alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, che prevede l’imposizione di dazi: questa scelta provocherebbe una grande crisi alle filiere produttive altamente internazionalizzate.

6 – Dove finiranno tutti quelli che si allontaneranno dalla City 
Il mondo dei lavoratori che ruota attorno alla City di Londra potrebbe subire le conseguenze più gravi. Londra, con la Brexit, perderà i “diritti di passaporto”, cioè non esisterà più nessuna equivalenza tra i servizi finanziari britannici e quelli europei e quindi, non potrà più avere il ruolo di trampolino verso il resto dell’Europa. C’è un risvolto positivo però: Londra non sarà più la principale piazza finanziaria europea e Milano può sperare di prendere il suo posto.

7 – Quale sarà la scelta rispetto al bilancio comunitario   
Per compensare la mancata entrata del Regno Unito al bilancio comunitario, che attualmente ammonta a 20 miliardi e 522 milioni di euro su un totale di oltre 152 miliardi, ci sono due possibili soluzioni: diminuire il bilancio e quindi i fondi Ue per i Paesi membri o aumentare proporzionalmente i contributi per i Paesi rimasti. L’Italia, in entrambi i casi, si troverebbe svantaggiata essendo il terzo più grande Paese dell’Ue. (Liberoquotidiano)

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