Le potenze litigano e l’Isis si prepara alla conquista

Esteri

Milano 24 Febbraio – La mancanza di una visione globale e di una strategia comune russo-occidentale per l’intelligence nella lotta contro il terrorismo permetterà, se non si interviene in tempo, all’ISIS di dare vita molto presto ad un suo terzo fronte in Afghanistan.

La caduta di Sirte, l’ultimo bastione dello Stato Islamico in Libia e l’offensiva della coalizione internazionale e della Russia in Iraq e Siria non suggeriscono che la fine del Califfato sia vicina. Tutti i media occidentali convergono sul pensiero ottimista che l’Isis sia in procinto di essere debellato, anche se tutti sono d’accordo sull’idea che atti di terrorismo commessi da uomini del Califfato continueranno ad essere commessi a macchia di leopardo in Occidente.

isis AfghanistanTuttavia, le posizioni atlantiste-obamiane occidentali combinate alle posizioni russofobe e anti-Trump, amplificate dei media europei, stanno sottovalutando per l’ennesima volta l’ascesa di un terzo fronte dell’Isis che avrà come teatro l’Afghanistan, in particolare il nord e l’ovest del Paese, lungo i confini iraniani e dell’Asia centrale. Un’area popolata da genti di origine turkmena, uzbeka e tadjika, sulle quali i jihadisti islamici possono contare grazie a nuove alleanze con i loro colleghi terroristi sorti dalle ceneri dell’Unione Sovietica  in Asia centrale.

Gli Stati Uniti, che dispongono in virtù dell’accordo bilaterale di sicurezza (BSA)  firmato nel 2012, ancora un dispositivo di quasi 8.400 soldati in Afghanistan, per lo più raggruppati intorno a nove basi, che ancora si aggrappano ai tradizionali obiettivi: la protezione governativa, garantire un minimo di sicurezza nelle principali città del paese, nei pressi delle quali essi hanno una base e continuano a formare il nuovo esercito afghano,  non afferrando la distinzione più marcata tra i talebani, il nemico tradizionale, e sostenitori dell’Isis che rappresentano la Operation Enduring Freedomnuova minaccia.

La Russia, dal canto suo intende, anche per preservare il governo di Kabul, contribuire finanziariamente al rafforzamento del nuovo esercito afghano. Ma Mosca ha anche voglia di proteggere i confini meridionali dell’Asia centrale, temendo ulteriori azioni dell’Isis e dei talebani. Dal settembre 2015, l’intervento russo in Siria, si è concentrato sull’eliminazione dei leaders di lingua russa del Califfato, per evitare che questi creassero contatti e alleanze con i gruppi terroristici operanti nel Caucaso o dell’Asia centrale, in grado successivamente di unirsi ed allargare il fronte siriano ed il fronte interno alla Russia. La controffensiva di Damasco di Baghdad contro la Daech, ed in particolar modo verso i suoi gruppi russofoni, iniziata nel 2015, ha permesso ai due paesi di riprendere il controllo dei territori ed  ha eliminano una parte del personale di lingua russa dell’Isis, il primo dei quali Omar al-Chichani ministro della guerra di Al-Baghdadi e conosciuto come Omar il ceceno. Ma altri sarebbero fuggiti attraverso l’Iran e il Pakistan e sarebbero venuti in contatto con il movimento islamista del Turkestan (IMT) e con altri movimenti terroristici dell’Asia centrale nelle zone tribali pakistane ed in Afghanistan. Il colonnello Goulmourod Khalimov, ex comandante delle forze speciali del Tagikistan create dagli USA e successivamente unitosi all’Isis, potrebbe presto essere uno di loro.

Quelli già arrivati in territorio afghano, potrebbero ristrutturare sia le reti dei movimenti terroristici dell’Asia centrale presenti nel ZTP e in Afghanistan, dare nuova linfa, armi e addestramento ai talebani afghani nelle province di lingua turca e tadjika collegati ai movimenti dell’Asia centrale. Rimasti fedeli al califfo, questi combattenti ben presto si sono trovati di fronte all’azione governativa filo-occidentale ed ai  talebani, soprattutto pashtun, aprendo una competizione sugli obiettivi che sono rapidamente degenerati in tensione e in conflitto aperto.vice ministro degli Esteri russo Grigori Karasin

Così, nel corso di un’intervista del 7 Aprile 2016 nella Pravda, il vice ministro degli Esteri russo Grigori Karasin ha detto che i combattenti dell’Isis fuggiti e intercettati in Afghanista sono stati di circa 6.000 uomini individuati in 25 delle 34 province. Karasin ha anche osservato che questi combattenti, molti dei quali provenienti dall’Asia centrale e dal Caucaso del Nord, sono particolarmente attivi nella zona orientale, in particolare nella provincia di Naganrhar, dove si sono uniti ai talebani pakistani e afghani.

Ma non tutti i talebani sono interessati a vedere l’influenza dell’Isis estendersi in Afghanistan, poiché vedono il progetto del Califfato come concorrente e contrario ai loro interessi. Tuttavia, dopo la morte del fondatore del movimento, il  Mullah Omar nell’ aprile del 2013, i talebani si trovano di fronte ad una crisi di leadership acuta. Questa situazione deleteria ha incoraggiato molti di loro ad andare verso l’Isis e a rimanerci in modo permanente.

Nonostante i punti in comune, i due movimenti sono divisi da una visione politica molto diversa: i talebani circoscrivono la loro guerra santa all’interno dell’Afghanistan volendo creare una nazione la cui gestione dovrebbe essere affidata all’etnia pashtun; nazionalisti, sono contrari  alll’accordo anglo-russo del 1885  che istituisce la afghanistanfrontiera nord-ovest del paese. I Talebani considerano quindi le province turkmene di Lebap e di Mary territorio afghano, non riconoscono la linea Durand, sono favorevoli ad un ritorno della monarchia e non desiderano estendere le loro azioni al di fuori dei confini di Afghanistan. Un’altra piccola differenza, i talebani “tollerano” la minoranza sciita hazara, conservando le sue moschee.

I sostenitori dell’Isis, anche se etnicamente e linguisticamente eterogenei, hanno una visione unica e internazionalista della loro lotta e l’Afghanistan è solo una testa di ponte provvisorio. I confini sono illusori ai loro occhi. Tuttavia, l’indicatore ‘nazionale’ ha ripreso rapidamente il sopravvento quando si tratta di definire le katiba (unità militari islamiche) di appartenenza. Così, a seconda dell’etnia o del ceppo linguistico, ciascun gruppo agisce in totale autonomia. E’ in questo contesto che ognuno ha i rapporti con il MIT, Ansaroullah e altri movimenti jihadisti dell’Asia centrale. Infine, i sostenitori del Califfato considerano gli sciiti hazara infedeli da eliminare. Le loro moschee e la loro popolazione sono quindi particolarmente presi di mira. In pratica l’Isis non nasconde la sua velleità di estendersi nei territori post-sovietici in Asia centrale, nel perseguire la sua visionaria costruzione del califfato universale. Da diversi anni hanno contatti con vari movimenti jihadisti locali dell’Asia centrale islamista e possono contare su reti locali affiliate ad al-Qaeda. Tra i membri più attivi della nebulosa terroristica islamica devono essere menzionati:

. Il Movimento islamico del Turkestan (ex d’Uzbekistan) (MIT) è il più famoso, attivo e strutturato in Asia centrale. Fondato da Juma Namangani e Tohir Yuldashev nel 1998, il MIT si è imposto con tre incursioni armate tra il 1999 e il 2001 nella Valle di Fergana (regione Batken), prima di continuare la sua lotta contro i militari USA in Afghanistan. Avendo giurato fedeltà a Daech nel 2014, il movimento oggi preme per la creazione di un Emirato nella valle di Fergana, e un califfato in Uzbekistan, prima di estendersi a tutta l’Asia centrale.

. Ansaroullah:  è il ramo tagiko del MIT e le sue azioni sono circoscritte nella parte tagika della valle di Fergana (regione Khujand). Il movimento è affiliato ad al-Qaeda.

. Il Jund al-Khalifat: è una organizzazione jihadista del kazako presente in Kazakhstan occidentale che ha condotto diversi attacchi mortali a ovest e sud del paese.

. Il Djaïch-ul-Mahdi: organizzazione jihadista del Kirghizistan che ha commesso diversi attacchi a Bishkek.

. Il Ochiklari Jannat : organizzazione jihadista uzbeka autonoma della parte kirghisa della valle di Fergana (regione di Osh). L’organizzazione ha inviato una katiba  a fianco di Fatah al-Shams (ex-Front al-Nosra) in Siria.

 

. La Jamaat al-Imam Bukhari e Sabri: sorta nel 2014 è una katiba uzbeka affiliata all’Isis in Siria da cui  è fuggita ed attualmente si è attestata in Afghanistan e ha intenzione di fondersi col MIT.

attentati Isis AfghanistanDobbiamo aggiungere a queste organizzazioni, le organizzazioni jihadiste Uighur, tra cui il Partito islamico del Turkestan (PIT), che commettono regolarmente attacchi terroristici contro gli interessi cinesi in Bishkek in Kirghizistan o ad Almaty in Kazakhstan

Tutti questi movimenti hanno giurato fedeltà ad al-Qaeda o al Califfato,  le loro strutture sono già  in Afghanistan con l’Isis e hanno altre cellule dormienti  in Asia centrale, in particolare nella valle di Fergana e in Tagikistan. Combattenti jihadisti che hanno combattuto contro l’Unione Sovietica (poi Russia), in Afghanistan e contano su numerosi contatti con i mujahideen afgani acquisiti durante l’intervento sovietico. Tornati dormienti, successivamente  sono stati attivi con cruente  azioni contro gli Stati Uniti dopo l’intervento in Afghanistan nel 2001.

I talebani hanno sempre lottato per controllare il nord dell’Afghanistan, ma l’IE come il MIT potrebbe aiutarli a raggiungere questo obiettivo. Poco prima del suo assassinio nel 2010, Mohammad Omar, governatore della provincia di Kunduz, al confine con il Tagikistan, avvertì che “Al Qaeda e i gruppi terroristici dalla Cecenia, Uzbekistan e Tagikistan hanno voluto creare una base nell’est dell’Afghanistan prima di considerare ulteriori azioni contro gli stati dell’Asia centrale”.  Se i talebani prendessero la definitiva decisione di allearsi con l’Isis, sarebbe l’inizio della destabilizzazione dell’Asia centrale con incursioni e infiltrazioni.

L’obiettivo immediato di questi movimenti sarebbe quello di rovesciare i regimi ritenuti i 5 Stati dell’Asia centrale “malvagi e corrotti”. Condividendo lo stesso obiettivo, il MIT e probabilmente il Jannat Ochiklari potrebbero senza sforzi stabilire un  emirato islamico uzbeko nella valle di Fergana, come primo passo.

 

Tutti possono immediatamente contare sull’Isis per rafforzare le loro posizioni nel nord dell’Afghanistan, lungo la Panj, l’affluente del Darya,  che fissa il confine tra l’Afghanistan e il Tagikistan. Anche se permeabile, il confine Panj appare  relativamente protetto.confine turkmeno

La situazione al confine turkmeno, tuttavia, è resa molto più preoccupante dalla sua naturale facilità di accesso e alta permeabilità. Dal 2012, le incursioni sono sempre più frequenti e gruppi infiltrati in Turkmenistan poi sembrano reclutare localmente sostenitori. La bassa presenza di guardie di frontiera e lo status di “neutralità eterna” scelto dal Turkmenistan, l’assenza di qualsiasi organizzazione di difesa regionale, peggiorano ulteriormente la destabilizzazione e darebbero il via libera ad una conquista dei pozzi di petrolio e di gas dall’Asia centrale come avvenne in Siria ed in Iraq. Diverse guardie di frontiera sono state uccise da gruppi che sostengono l’Isis negli ultimi anni, secondo fonti locali. La scelta di colpire il Turkmenistan non è una coincidenza, si tratta di un calcolo di convenienza geografica: con la presenza di poche unità militari, l’esercito turkmeno è impreparato a contrastare schermaglie e azioni di guerriglia a causa della sua debolezza. A poco a poco, come le incursioni sono in crescita sul confine afghano-turkmeno, i jihadisti stanno aumentando la loro presenza in Kazakhstan occidentale tradizionalmente nemico del governo centrale e socialmente emarginato. Anche in questo caso, attentati e sabotaggi in relazione alla situazione nel nord dell’Afghanistan aumentano drasticamente. L’instabilità del Caucaso attraverso il Mar Caspio e la presenza di una forte minoranza cecena nelle province kazake di Aktobe, Aktau e di Atyrau accentuano ulteriormente la radicalizzazione del Kazakistan occidentale.

russi in siriaL’intervento russo in Siria ha in parte contribuito ad arrestare la progressione dell’Islam nel Caucaso e in Asia centrale. Ma la mancanza di consenso tra Mosca e l’Occidente sul piano siriano mostra la clamorosa assenza di qualsiasi cooperazione in materia di intelligence nella lotta contro il terrorismo. Dimostra inoltre una completa mancanza di profondità strategica dell’Occidente, per il quale il rischio Isis è reale solo quando gli atti terroristici si verificano all’interno della sua area di influenza. Ed è questa mancanza di visione globale e di una strategia comune russo-occidentale per l’intelligence nella lotta contro il terrorismo, che permetterà al Califfato, se non si interviene in tempo, di dar vita molto presto al suo terzo fronte.

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