Altari ed eretici

Politica

Milano 18 Novembre – Va a chiudere la mostra, presso la Biblioteca del Senato, dedicata a Pietro Nenni padre della repubblica, di cui Cicchitto in un recente articolo ricorda il ritratto che ne diede Arfè di socialista libertario e giacobino. Alla presentazione non c’erano i socialisti di governo ma due segretari Uil del passato e del presente, Benvenuto e Barbagallo, una ex segretaria Cgil convertitasi al governo dell’Jobs Akt oltre al senatore faentino Pd inventore dell’Italicum ed alla nipote dello storico leader socialista con il basco. La Fondazione Craxi di Stefania continua ad incontrare sui ruggenti anni del leader milanese ed i soliti eventi memorabili, in particolare La notte di Sigonella, il favore dei circoli di  destra come nell’appuntamento ottobrino il romano Foro 753 (riferimento all’anno fondativo dell’Urbe). D’altronde è il milieu destro delle Edizioni Circolo Proudhon, parallele al quotidiano L’Intellettuale Dissidente,  a pubblicare il volume Craxi, l’ultimo statista italiano di Carlesi, autore anche di Critica fascista” e il Corporativismo per Aga edizioni. Agostano, l’annuale ricordo di Umberto Farri, assassinato 70 anni fa con tanto di orazione di un quasi centenario ex segretario reggiano del Psdi e del Psi. Un episodio controcorrente inesistente per la grande Storia dove nei dintorni Sassuolo un ragazzo di Bube, coperto da un fazzoletto rosso, uccise l’allora sindaco socialista già presidente Cln, dopo aver fatto mattanza di liberali e fascisti per poi fuggire in Jugoslavia. E’ stato però il lontano 8 luglio torrido, opaco e soporifero, diluito dal disinteresse anche per gli europei di calcio dopo l’uscita dell’Italia, a raddrizzate le vecchie e diffuse antenne dei tanti orfani del socialismo italiano. Corse allora di valle in valle, di colle in colle, di viale in viale, di piazza in piazza, un tam tam per il raduno d’ordinanza, davanti ai teleschermi, delle reduci, ritirate, sparute, dissolte e nascoste schiere dei partigiani dell’ormai scomparso partito socialista, estinto da più di vent’anni. L’attesa pillola viagresca, capace di risuscitare sensi e lombi appassiti, riguardava lo special Socialismo. L’ultima utopia che prometteva grosse novità. Intanto il ritorno in prima serata del tema Psi. Poi sulla Rai, anzi sulla storica videotestata dell’odio antisocialista, la Rai3 i cui giornalisti vantano ancora nella teca di famiglia la marcia delle monetine. Firmato, anzi recitato come voce narrante, da un regista amico, anzi un parente, quel Francesco Miccichè, 50enne eppure sempre esordiente, con all’attivo l’agiografia del padre Lino, 30nnale colonna dell’Avanti socialista. Uno special dalla parola esclusiva per socialisti interessati, storici favorevoli, testimoni compassionevoli. Tutto dedicato agli idoli socialisti, i Turati, i Nenni, i Craxi. Un unicum, dato che, a parte i film prodotti e distribuiti dalla Filiale Fondazione, non si vedono servizi, documentari o  film che non siano di chiara matrice antisocialista, vuoi di destra o di sinistra. Un sogno ad occhi aperti, pensando all’infamante cancellazione dei loro idoli operata solo l’anno prima dal Corrierone. I socialisti sono bravi, modesti, capaci di stare al loro posto. Hanno coltivato l’arte dell’abbozzo storico collocandosi nel tempo prima a sinistra e destra poi anche in alto e basso e trovando ovunque, con folle disperazione, una allegra via al socialismo. I socialisti si accontentano della ribadita onestà dell’ottocentesco socialista onorabile milanese Turati di cui la ridotta milanese, sempre a rischio frana, di Critica Sociale, ha fatto un cult; oppure dell’omaggio al galantuomo Pertini. Sono rimasti contenti lo stesso. Contenti che ad un regista dei loro ci voglia il doppio del tempo per affermarsi. Contenti del ribadito simpatico mito di Nenni favoloso quand’era lontano dall’Italia, poi rimbambitosi nel tempo. Contenti malgrado il venenum in cauda di un Mieli snocciollante oltre le solite colpe del latitante Craxi, quelle nuove e inaspettate sul Nenni reo di filocomunismo (e di amicizia per il Duce), accostato all’anticomunismo del defino Bettino. Contenti anche se i partigiani del dissolto garofano si sono visti azzoppare 2 leader sui tre presi in esame – Turati, Nenni e Craxi – per poi veder sbucare inattesi ampi spazi e tempi su uno sgradito quarto leader, il pcista Berlinguer. I socialisti hanno  interiorizzato il fatto che per un bel pezzo di italiani, giovani e semigiovani, la loro vicenda è un buco nero ed un fantasma storico, le cui spoglie e battaglie positive sono finite assorbite dall’esperienza, anch’essa svaporantesi nel ricordo, del Pci-Cosa-Pds-Ds fino alla ricerca di tracce decisioniste nell’arroganza del caposcout di Rignano sull’Arno. Hanno  interiorizzato che, di quel che fu il Psi, resta solo la feccia dell’ignominia. Allargata ai postsocialisti di destra, da Ferrara a Sacconi. Mentre per quel che è il Psi, che pure è partito di potere e di governo, neanche quella. I suoi dibattiti, tra fautori del si e del no refendario; i suoi uomini; le sue poltrone istituzionali sono ombre opalescenti, sorta di sottocomponente Pd della cui posizione se in maggioranza o opposizione nessuno del partito si occupa o si preoccupa come si è soliti fare per gli azionisti con i dipendenti. Hanno  interiorizzato il cono d’ombra da fu socialisti delle realtà eredi come la Uil che sopravvivono senza quasi pensare e sapere da dove provengono. Eppure quel milieu resta vivo e salta fuori ogni volta che a sinistra si cerca una idea, sempre saccheggiata  dall’immenso patrimonio che fu o a destra se si cerca un uomo, ed ecco che spunta un Parisi a riproporre antichi scontri impossibili da superare nelle diverse idee di moderatismo progressista. Purtroppo si è consolidata l’idea che dei fu socialisti ci si può fidare. Mostre, carteggi, revanche, memorie, Special non sgarrano mai dalla tradizionale narrazione dei contenuti e della lingua dei nemici. Il punto però è proprio questo. Non se ne può più delle solite ciance pseudostoriche, giustificate al tempo dalla propaganda postbellica ma divenute marmo storiografico. Non se ne può più della storia della sinistra italiana raccontata alla Rodari.

Si prenda ad esempio Turati, esaltato come l’eroe del riformismo socialista e l’uomo del dialogo con i liberali per equilibri più avanzati. Il milanese passò la vita a difendere il gruppo parlamentare dal partito ed a creare n partitini ogni volta che veniva espulso o emarginato. Non era certo lui il viso di un partito che tranne pochi anni fu sempre e solo massimalista. Cosa vuol dire massimalista? Esattamente quello che è oggi il M5S. Quel partito socialista proclamava rivoluzioni, distruzioni, guerra di classe, eversione senza mai praticarne una virgola. Un massimalismo che sognava e sogna l’eliminazione dei poteri forti con il loro consenso. Un modo molto amato a livello popolare forse perché impossibile e fuori da questa terra. E’ il wishful thinking di piazza che da Mazzini a Costa, non a caso repubblicano e anarchico prima di fondare il Psi, fino ai movimenti filo terroristici e populistici, alle reti, ai popoli viola è sopravissuto fino a noi. Se solo si traduce la parola massimalismo con una che oggi comprendiamo bene, vale a dire populismo. Se solo ricordiamo che le radici erano giacobine, carbonare, adelfi e filadelfi, cioè dei massoni nemici del trono e dell’altare. Ecco cosa era il grande Psi nei suoi primi vent’anni. Il contrario del dialogo con i liberali, vera pagina di fantastoria.

Nei successivi venti, nella sconfitta dopo l’avvento del fascismo, si fa strada, secondo l’agiografia, Nenni. Il Nenni, giornalista de l’Avanti, senza esperienze gestionali, sconfitto molte volte in segreteria e che vede alla fine della guerra, la sua leadership messa di lato, dalla coppia dal collaborazionista Tasca, il vero capo di Ordine Nuovo del ‘17 e dall’americano Saragat. Il Nenni che vede il massimalismo socialista saccheggiato con successo dal più grande esperimento incredibilmente efficace di populismo, che fu il fascismo. Il Nenni che finisce per dipendere dall’aiuto economico russo e che si abitua alle incursioni ed al comando dei comunisti senza comprendere la vera natura dello stato sovietico  E che prosegue questa politica perdente per altri vent’anni dopo la guerra. Per poi rivoltarsi quando era troppo tardi nel’autonomismo fine a se stesso che né assolveva né condannava. Allora però il populismo, santo o maledetto era andato per altri lidi, cattocomunisti. Quello che oggi chiamiamo socialismo in Italia, quel centrismo progressista con lampi di follia giacobina di cui parla Arfè, era lo strappo di Saragat. Il link infatti non va da Turati a Nenni ma dal primo al futuro presidente della repubblica. E come era minoritario il milanese così lo era il piemontese. Nenni cercava la facile popolarità dei comizi che giustamente e non per colpa di un destino cinico e baro. poi non votava un credo poco populista. Perciò il delfino Bettino attuò quel che si doveva e portò tutto il Psi, obtorto collo, nella socialdemocrazia saragattianna, voltando in parte le spalle al sentimento popolare populista e cogliendo gli aspetti di efficacia sociale del nostro peronismo. La storia della massa del Psi del primo novecento non è quella di Turati. Il Psi della seconda parte del secolo è un partito colonizzato, o sconfessato, un Nenni cui dispiace ciò che fa Nenni. Quello di Craxi, più che un Psi, è un Psdi che non ha il coraggio di uscire dai paletti dell’antifascismo, una formazione più pacciardiana che pertiniana. Che conduce a destra l’intellighenzia socialista, che conduce all’attuale constatazione che quel Craxi resta leader solo nella prospettiva e nell’immaginazione di destra. Destra che, nella storia italiana, non è sopravvissuta come partito conservatore, churchiliano e cavouriano, ma come eresia populista socialista. Questa è la storia ancora da raccontare, la storia da socialisti cattivi, non per bene, non addomesticati, la storia che spiega l’attualità senza santini ed altarini da onorare. La storia di colonizzati e di eretici. La storia di quelli di cui i nemici si possono fidare  e di quelli di cui diffidano a ragione.

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