Alcol e droghe per dimenticare il futuro

Milano

Milano 25 Ottobre – Sono agghiaccianti i dati forniti dal Corriere della Sera sui grandi bevitori sotto i 25 anni. Il 33% di loro quest’anno si è ubriacato. Fino a 34 anni si arriva al 24, ma il 75% di questi, cioè il 18% del totale, si droga. L’articolo continua con l’esperienza di uno di loro che aiuta ad umanizzare il tutto. Io mi sento avventuroso e proverò a trattarvi da esseri normodotati. E la prima domanda di una persona normale non è “chissà come ne escono”, quanto piuttosto “chissà perché ci entrano”, solo che questa è una questione spinosa, affrontata spesso da gente che non ha l’orizzonte concettuale per spiegarla. Cominciamo con gli esempi. Ilvo Diamanti parla dell’attuale come la generazione di passaggio. Dice che il mondo è cattivo con noi. Che ci dipinge come mammoni.alcol2 Che cattivo questo mondo, eh? Io non so se Diamanti conosca i dati che ho riportato in apertura. Forse non li considera attinenti e rilevanti per il suo discorso, ma per me lo sono. La mia generazione, in effetti, non fa molte cose. Non si sposa, non fa figli, non esce di casa, non si impegna in politica, non crede e non pratica, non pensa al futuro. In sostanza, beve per dimenticare il futuro. Non è una generazione di passaggio. È una generazione che, serenamente, senza scossoni o rabbia, si prepara ad estinguersi. È triste da dire, triste da leggere e triste da vivere, ma è così. Non pensiamo di meritarci un domani, così viviamo nell’oggi. Non temiamo una morte precoce, per cui procrastiniamo. Non abbiamo nulla per cui morire, per cui la morte ci fa paura e quindi beviamo per dimenticarcene. Non siamo perduti, perché la meta ce l’abbiamo ben chiara.

Ad essere perduti erano i nostri padri quando, negli anni 80, il loro mondo di ideologia, blocchi contrapposti, ultime frange di rispetto per le tradizioni ed il loro sistema di valori si è dissolto. Chi è venuto dopo ha delle colpe insopportabili da espiare. La prima delle quali è la hubrys. Viviamo tanto. Viviamo tutto sommato bene. Viviamo su quello che altri hanno costruito, sfruttando le tecnologie che altri hanno inventato. Nulla è nostro. Nulla ci appartiene. Quindi nemmeno noi apparteniamo. E come semi al vento dispersi sull’oceano sappiamo che quando toccheremo terra moriremo. Ma, consci della nostra sterilità, non ci aspettiamo e non speriamo che dalla nostra morte germogli qualcosa.

alcol1Io scommetto che negli ultimi giorni di Roma Imperiale o della Repubblica Veneta la gente ragionasse pressapoco così. Solo che molti, oggi, possono scappare e lo fanno. Quasi tutti, a dire il vero fuggono. Qualcuno fisicamente. Qualcuno valorialmente, riappropriandosi di vestigia antiche e dimenticate e tornando a fare politica, a credere ed a lottare come i suoi padri. Qualcuno, invece, in fondo ad un bicchiere. Tutti fuggono. Perché due secoli di Nulla militante sono pronti ad esplodere in una eruzione cataclismatica. Qualcuno ci riuscirà. Qualcuno ci riesce sempre. Ed allora la storia riprenderà. Anche dovessimo essere conquistati, come si disse ventiquattro secoli fa. Grecia capta, ferum victorem cepit. Catturata la Grecia, questa catturò il barbaro vincitore. Corrompendolo. In un ciclo continuo di maturazione, corruzione, morte, rinascita. È quasi poetico. Se non fossimo l’ultima generazione prima dell’abisso.

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