Il diritto all’oblio? Sul web è una chimera

Politica

Milano 20 Ottobre – «Al massimo si può ottenere che Google smetta di indicizzare una certa pagina. Ma la professionalità dei blogger è ormai un problema: andrebbe imposto un bollino per distinguere i veri giornalisti»

La triste storia di Tiziana Cantone, la ragazza costretta al suicidio il mese scorso dopo che un video hard girato con il suo fidanzato era diventato virale sui social, ha messo in evidenza come sia estremamente difficile oggi, nel mondo globalizzato dei media e della comunicazione, garantire la tutela della privacy. La povera Tiziana, per sfuggire alla gogna del web era stata costretta a cambiare nome e città. Ma non è stato sufficiente. E soprattutto, l’essersi rivolta all’Autorità giudiziaria per chiedere giustizia non è bastato: il video hard è rimasto al suo posto e con lui anche i commenti beceri di decine di migliaia di persone.
In materia di “diritto all’oblio”, uno dei massimi esperti italiani è Ruben Razzante, professore di Diritto europeo dell’informazione e di Diritto della comunicazione per le imprese e i media presso l’Università Cattolica di Milano. A Razzante Il Dubbio ha chiesto di illustrare l’evoluzione della dottrina in materia di privacy e diritto di cronaca: venerdì prossimo 21 ottobre peraltro verrà presentata a Milano a Palazzo Cusani la settima edizione del suo Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione: innovazione giuridica della Rete e deontologia giornalistica. Il testo vede la luce a pochi mesi dall’emanazione del nuovo Testo Unico della deontologia giornalistica ed è in concomitanza con l’uscita del nuovo Regolamento europeo sulla privacy, destinato a cambiare la disciplina del trattamento dei dati personali in tutta Europa.

Professore, parliamo di processi mediatici. Un problema di cui si discute da anni ma che non sembra destinato ad essere risolto.

Il processo mediatico è diventato, di fatto, una anticipazione della pena. Questa grave stortura, a mio avviso, nasce per un duplice motivo. Da un lato, l’estrema lunghezza del processo che mal si concilia con i tempi rapidi della comunicazione. Da l’altro, la tendenza dei giornalisti a sostituirsi agli organi preposti ad esercitare la funzione giurisdizionale. Il combinato di questi due fattori determina ricostruzioni fattuali completamente distorte. A ciò si aggiunga il numero veramente elevato di programmi in cui si discute di fatti reato senza conoscere il ben che minimo atto d’indagine. Sono questi dei “salotti dell’ovvio” molto pericolosi perché condizionano fortemente l’opinione pubblica. E, nel caso di processi in Corte d’Assise, con la presenza di giudici popolari non particolarmente strutturati a reggere una tale pressione mediatica, ciò può avere effetti devastanti.

Qual è il motivo di questa degenerazione comunicativa?

Il discorso è molto complesso. E riguarda il mondo dell’informazione nella sua totalità. Ma partiamo dalla carta stampata: il voyeurismo giudiziario per lungo tempo ha pagato in fatto di vendite di copie dei giornali. Fino a poco tempo fa, senza fare nomi, i quotidiani che avevano impostato la loro linea editoriale sull’antiberlusconismo più sfrenato, pubblicando pagine e pagine di intercettazioni telefoniche che lo riguardavano, avevano grande successo nelle edicole.

Finito Berlusconi quegli stessi giornali hanno conosciuto un calo di vendite: la stampa italiana ha bisogno di un nemico?

C’è uno stretto legame fra una democrazia matura ed una stampa matura. In Italia, rispetto ad altri paesi occidentali, siamo molto indietro. Il confronto dialettico si svolge sempre con toni inutilmente esasperati. Le ho citato prima la dinamica fra berlusconiani e antiberlusconiani. Diciamo che quel ventennio ha condizionato fortemente non solo la vita politica italiana ma anche l’informazione. Senza più Berlusconi il sistema è andato in crisi.

Che futuro vede per la stampa italiana?

Fra i miei studenti, fascia d’età 19-24 anni, nessuno la mattina prima di venire a lezione compra più un giornale di carta. Ma possiamo alzare tranquillamente la soglia d’età fino ai 30 anni. I loro canali d’informazione sono diversi. Social, condivisione di notizie, blog. Neppure i siti informativi. Anzi, sono pochi quelli che guardano pure i telegiornali. Ma in questo c’è anche l’aspetto positivo dovuto alla possibilità di interagire con le notizie.

Non si preannuncia un futuro roseo per i giornali.

I giornali di carta potranno salvarsi solo se tratteranno approfondimenti specifici. Con notizie non reperibili in rete. O, nel caso dei quotidiani locali, se approfondiranno temi come la cronaca cittadina. I quotidiani generalisti sono destinati a finire se non si rinnoveranno presto. Si può prevedere che ci siano diversi accorpamenti di testate nel prossimo futuro. E molti quotidiani si trasformeranno in settimanali.

Quindi il condizionamento dei giornali sull’opinione pubblica è ormail un ricordo?

Sicuramente. Ormai le persone hanno altri mezzi per formare la loro opinione su determinati temi rispetto all’editoriale del direttore.

La rete però può essere fuorviante: in molti si lasciano convince dell’esistenza delle scie chimiche e di chip sotto cute per controllare la popolazione.

La rete ha grandi potenzialità che non c’è bisogno di ricordare. Ma i blog sono un problema serio. La diffusione indiscriminata di notizie è deleteria. Sarebbe opportuno, ad esempio, mettere un “bollino” alla fine dell’articolo. Per indicare che è stato scritto da un giornalista, riportando pure il numero della tessera di iscrizione all’Ordine. Ciò per differenziare chi scrive per puro diletto perché prendeva otto in italiano e chi deve rispettare la deontologia professionale. E poi fare un patto con i motori di ricerca per la tutela dei contenuti giornalistici in rete, evitando quindi contenuti indifferenziati.

Il diritto all’oblio non sembra facilmente realizzabile. A che punto siamo?

Su questo tema c’è molta confusione. Il diritto all’oblio non è il diritto al “colpo di spugna” con cui cancellare le notizie scomode. Sarebbe come andare nell’archivio di un quotidiano e strappare le pagine che non ci piacciono. Se corrisponde ad un criterio di verità e di interesse pubblico, la notizia non può essere cancellata. Quello che si può fare è chiedere la deindicizzazione dell’url della notizia dai motori di ricerca. Google ha predisposto un apposito modulo. Se Google non risponde ci si può rivolgere ai giudici o al Garante della Privacy. Ma su questo aspetto bisogna fare una precisione. In caso di politici, personaggi pubblici, ciò di fatto è impossibile. Faccio un esempio: se un amministratore pubblico è stato coinvolto in procedimento penale e poi è stato assolto, anche se chiedesse la deindicizzazione di tutti gli articoli sulla sua vicenda processuale si vedrebbe opporre un rifiuto da Google. L’interesse pubblico alla conoscenza della notizia viene prima rispetto agli effetti della reputazione che questa notizia può avere sul diretto interessato.

Quello che lei dice è ignoto alla stragrande maggioranza degli uteni del web.

L’unica speranza è il tempo. Nel misterioso ed imperscrutabile algoritmo di Google il trascorrere del tempo è un fattore importante. Riguardo l’amministratore pubblico assolto, se questi si ritirasse a vita privata non facendo più parlare di sé, è probabile che la notizia verrebbe deindicizzata.

Quindi, acquisito che una notizia è per sempre, cosa si può fare?

Bisogna essere molto accorti a cosa condividiamo sulla rete. Consapevoli che non potrà mai essere cancellato. L’unica soluzione è l’autotutela. Nessuna legge ci garantisce l’oblio dalla rete. Non creiamo false aspettative.

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