Gli Stati Uniti? Una grande potenza nelle mani di un piccolo presidente

Esteri

Milano 28 Agosto – Nel suo libro “Fine del secolo americano?”, lo scienziato della politica Joseph Nye sostiene che gli Stati Uniti come grande potenza non siano affatto finiti, ma abbiano solo cambiato aspetto. Pelle, si direbbe. Non si tratta di una tesi balzana, tanto più che contraddice l’abusato stereotipo per cui “l’impero americano” sarebbe in declino, ormai prossimo al tramonto. Secondo l’autore, al contrario, gli Usa restano e resteranno una grande potenza. In passato, ragiona Nye, l’America si imponeva con l’hard power, quello militare innanzitutto, oggi e sempre di più in futuro lo farà con la diplomazia e il soft power. Se il Novecento è stato il secolo americano, il Ventunesimo sarà quello ispirato dall’America. Gli Usa manterranno una rete di alleanze su scala globale e – come ha scritto Angelo Panebianco nella introduzione al volume di Nye edito dal Mulino – “continueranno ad animare network informali utili per fronteggiare i problemi transnazionali”.

Tutto molto interessante se non fosse che la dottrina dello smart power, divenuta popolare durante l’era di Bill Clinton e fatta propria anche dalla successiva amministrazione democratica, cozza e non poco con i risultati ottenuti dal presidente Obama nel corso dei suoi due mandati. Si tratta infatti di una tesi fortemente assolutoria per Obama, per il suo multilateralismo pasticcione e per la mancanza di intelligenza politica dimostrata dall’inquilino della Casa Bianca in tutti questi anni. Come nasce una grande potenza? Cosa rende un paese forte anche se non invincibile, ricco grazie al commercio e alla sua capacità di portare avanti una iniziativa politica ed economica a livello internazionale? Cosa gli consente di intestarsi, e farsi intestare dai suoi nemici, un intero secolo? È la visione politica. La capacità di immaginare un futuro e la volontà di realizzarlo.

Quello che hanno costruito per cento anni gli Stati Uniti è stato un mercato sempre più grande e globale, protetto da un esercito pronto a intervenire in nome di un ideale. Anche a costo di combattere in situazioni impossibili. Si può giudicare in diversi modi la guerra in Vietnam, per esempio, ma pure in quella tragica vicenda le mosse degli americani, e di Kissinger in particolare, rispondevano a una precisa logica politica, contenere la minaccia sovietica. Lo stesso discorso vale per presidenti come Reagan, che il comunismo invece hanno sconfitto. Era il sogno di un mondo libero, prospero e sicuro. Questo è stato il secolo Americano. Una storia gloriosa di libertà scritta anche col sangue dei ragazzi caduti sulle spiagge di Normandia, nella giungla di Saigon e nelle calde sabbie mediorientali.

Obama sembra aver rinunciato a questa eredità e in larga parte rischia di distruggerla. Ha abbandonato al proprio destino i popoli oppressi e ha consentito al mostro dell’Isis di conquistarsi uno Stato. Ha fatto le valigie da tutti i teatri di crisi, forse perché neppure lui credeva più nella “missione manifesta” dell’America. Se l’obiettivo dello smart power, come dice Nye, era quello di farsi nuovi amici e di stabilire una vasta rete di alleanze, il risultato del decennio obamiano è stato quello di rafforzare i propri avversari e di spingere gli Usa verso un relativo isolamento. Con la sua ondivaga politica verso il mondo arabo, Obama ha creato un vuoto di potere tra Nord Africa e Medio Oriente, senza farsi mezzo amico né in quelle terre martoriate né altrove, tra i Paesi in via di sviluppo, tra le potenze emergenti o per meglio dire già emerse.

La Cina è sempre sul piede di guerra con le nazioni vicine per questioni territoriali, legate ad un espansionismo intollerabile di Pechino. I confini dell’Europa dell’Est si decidono a Mosca come negli anni Sessanta. La mano tesa all’Iran nucleare da parte di Obama, allungata alle spese di Israele, ha prodotto solo che Teheran offra le sue basi militari ai russi, mentre persino la Turchia di Erdogan (Paese membro della NATO) chiude la porta in faccia agli Usa e va a canossa da Putin. Una serie di fallimenti in politica estera contraddistingue quindi l’era Obama, quando sappiamo che proprio sulla politica estera, ancor più che su quella economica, si fondano le buone presidenze negli Stati Uniti.

Insomma, gli “imperi” come quello americano non cadono in una notte. Ma possono morire lentamente, dal dentro. Ed invariabilmente la morte parte dalla loro anima. Gli errori commessi da Obama negli ultimi anni, e i rischi ai quali va incontro l’America se alle presidenziali vincesse Hillary Clinton – che di Obama è stata segretario degli esteri – indicano che questo sfinimento, questo sfibrarsi dell’animo americano, potrebbe continuare con esiti infausti. Il problema dunque non è tanto chiedersi se sia finito o meno “l’impero americano”. Gli Usa sono ancora la grande nazione che conoscevamo. Ma sembrano finiti nelle mani di un piccolo presidente che si è dimostrato incapace di fare una politica da grande potenza.

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