Il fatto: il Renzismo consegna il Paese al M5S

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Milano 22 Giugno – Non c’è da dilungarsi molto sul risultato dei ballottaggi del 19 giugno. Raramente ci siamo trovati di fronte ad un risultato tanto netto, con un vincitore chiaramente definito: il Movimento Cinque Stelle. Mentre dal lato degli sconfitti occorre avere l’onestà intellettuale di annoverare un centrodestra diviso ed incapace di coagulare il voto dei delusi e degli scontenti in funzione antigovernativa. Cosa che invece sembra riuscire perfettamente ai pentastellati, i quali hanno assestato una sonora bastonata elettorale ai sogni di gloria di Matteo Renzi. Ed è proprio quest’ultimo, con tutto il suo codazzo di nuovisti dell’ultima ora, che esce con le ossa rotte da tale significativo appuntamento con le urne. Perdendo, infatti, in modo catastrofico il Comune di Roma e piuttosto malamente quello di Torino, il Premier sembra fallire quella che era la vera ragione sociale della sua ascesa nella stanza dei bottoni: interpretare il ruolo di un grillino più civile, con una sufficiente dose di slogan e proponimenti apparentemente di rottura col passato, in modo tale da canalizzare verso una sponda politica più accettabile il crescente voto di protesta. Qualcosa di simile a ciò che fece nel 1994 Silvio Berlusconi nei confronti della pur alleata Lega Nord, rappresentando per gli arrabbiati cittadini settentrionali un approdo più rassicurante rispetto al confuso progetto federalista portato avanti dagli uomini di Umberto Bossi.

Ora, dopo che il calcolo politico di Renzi sembrava avverarsi in modo stabile con la grande avanzata del Pd alle elezioni europee del 2014, in soli due anni ciò che è accaduto a Roma e Torino ribalta completamente la trionfale prospettiva iniziale. I cittadini di queste due importanti metropoli, preoccupante laboratorio per ciò che potrebbe accadere alle prossime elezioni parlamentari, hanno preferito votare in massa la più populista e demagogica formazione sul mercato della politica piuttosto che aderire al cambiamento parolaio di un renzismo che continua a basare la sua linea sulla difesa dell’esistente, come dimostra il totale fallimento della revisione della spesa pubblica, e sull’elargizione a pioggia di bonus e benefit vari, aumentando di fatto deficit e indebitamento.

D’altro canto, come ho avuto modo di scrivere a suo tempo, non avendo scelto da subito un profilo di governo serio e responsabile, con l’adozione di una seppur graduale politica di intelligenti ma necessarie misure impopolari, è oramai troppo tardi per rimettersi in carreggiata, rinunciando a fare la concorrenza ai grillini dal lato delle promesse impossibili. Facendo invece a gara a chi la spara più grossa, risulta scontato che una opposizione la quale appare “nuova” e “onesta” è destinata a vincere facile con chi ha deciso di logorarsi, per lo più a legislazione già ampiamente iniziata, nel ruolo di rottamatore di se stesso.

In estrema sintesi, si potrebbe sostenere che scegliendo di fare il cantastorie a oltranza, Matteo Renzi rischia veramente di consegnare non solo Roma e Torino ai grillini, bensì l’intero Paese. Se così fosse, non sarebbe proprio un grande lascito da parte dell’uomo che voleva cambiare il mondo.

Claudio Romiti (L’Opinione)

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