Le Pen & Salvini: una prima analisi del Lepenismo di sinistra

Politica

Di Claudio Bernieri

Milano 30 Gennaio – Salvini e Marine vanno all’incasso della realtà. Il popolo berlingueriano, esterrefatto e sbiasito  dalle adozioni gay, dalle famiglie trans, dal caravanserraglio del salotti chic e dalla bohème lacero contusa che applaude  all’invasione e che condanna alla disoccupazione i figli degli operai, tentenna. E voto a destra.

Le Pen di sinistra?

Di fronte a candidati virtuali scelti dal marketing, come il risottaro Sala, quasi ologrammi confezionati da agenzie pubblicitarie, il compagno Carosello, tanto per essere chiari, l’operaio trinariciuto sceglie la Lega a Milano, e in Francia Marine.

Ma come mai c’è stata questa mutazione nel corpo elettorale  degli avantipoppolo?

Lo spiega acutamente Stenio Solinas sul Giornale.

“Uno dei pregi di Marine Le Pen sta proprio nel non accontentarsi dello spettacolo che va in scena e di volersi riprendere la realtà” dice Solinas. È un’impresa nobile e disperata, e già solo per questo merita rispetto.“

L’intellettuale Solinas cerca perciò di analizzare per la prima volta il successo della valanga lepenista con le categorie della reatà, e non dei video giochi politici “Ciò che negli anni ha provocato il cambiamento è stata la netta virata a sinistra del Front National, come programma e come discorso pubblico, in politica estera come sui temi socio-economici. Il Front National non è cresciuto facendo la concorrenza all’altra destra sui temi conservatori, è divenuto il primo partito andando a dragare in campo avverso… Non è insomma che chi prima votava a sinistra è divenuto di colpo di destra, ma che quella destra lepenista è finita con l’apparire di sinistra a chi nella sinistra classica non trovava altro che ricette abborracciate di destra liberista…”

Insomma, “dalla legalizzazione delle droghe leggere, al matrimonio omosessuale, all’immigrazione incontrollata, all’abolizione delle frontiere, il semplice elettore e/o militante di cui sopra si chiede se si è di fronte a dei provvedimenti socialisti oppure a provvedimenti liberali, nel senso che rispondono ai capricci e ai desideri individuali… In un trentennio, insomma, la sinistra in Francia è divenuta un partito borghese di funzionari e di tecnocrati, con una spruzzata di bohème intellettuale, sottomesso alle esigenze della finanza. Si è, per così dire, modernizzata, buttando a mare ogni base comunitaria del legame sociale. Ha sostituito al socialismo, il liberalismo societario, che è l’applicazione in campo sociale del liberalismo economico della destra…Di qui, la successiva celebrazione delle virtù del mercato sociale senza frontiere e di ogni forma di affrancamento da appartenenze e identità date (comprese quelle sessuali)». Se la sinistra oggi è questo, perché stupirsi se il socialismo è andato a cercare rifugio nelle braccia tornite di Marine Le Pen? Il fatto è che in Francia il Front National è rimasto l’unico partito a fare, dal punto di vista nazionale e/o nazionalistico, una critica al capitalismo globale. Sarà, poco, sarà inutile, sarà incoerente, ma è in sintonia con ciò che le classi popolari, operai, artigiani, piccoli commercianti, disoccupati, eccetera, in pratica i cosiddetti «perdenti della globalizzazione», avvertono, ovvero quel sentimento naturale di appartenenza che si oppone per definizione all’individualismo astratto e dove continuano ad avere significato quei concetti di confini e di identità nazionali e quelle virtù che ne costituiscono il naturale sviluppo: la morale, il merito individuale, la trasmissione culturale e scolastica, le abitudini collettive, appunto, alla base di ogni cultura popolare. Dire che si tratta di valori reazionari, è una stupidaggine, perché sono alla base di ogni esistenza veramente umana e comune. Dire che anche la Destra repubblicana di Sarkozy la pensa allo stesso modo, è un’altra stupidaggine, perché nei fatti la sua gestione «tecnica» delle cose, degli avvenimenti, è l’esatto contrario di quella idea della politica che poggia sui valori, morali e filosofici, e non sugli imperativi programmatici del «governare».

È «la forza rivoluzionaria del passato», per dirla con Pasolini, quella di cui Marine Le Pen è perfettamente consapevole e di cui l’ideologia del progresso della sinistra invece diffida, oppure ha totalmente dimenticato. Dietro, per esempio, al no all’immigrazione del Front National, c’è quello che un intellettuale come Alain Finkielkraut ha spiegato in modo icastico: «L’umanitarismo riduce i migranti alla loro indigenza e il padronato li riduce alla loro forza lavoro». Detto in altri termini, se gli esseri umani sono semplicemente dei numeri, è una pura questione di cifre, ma se sono, come sono, portatori di culture diverse si ha allora a che fare con la storia, con la civiltà, con l’appartenenza, di chi arriva e di chi riceve. Una «diversità» senza differenze non ha senso e l’idea di un uomo di ovunque e di nessun luogo, neutro o trans, transfrontaliero, transnazionale, magari transessuale, vuol dire spogliarlo delle caratteristiche che gli sono proprie. Siamo eguali, ma non siamo identici.

Infine, il populismo di Marine Le Pen corrisponde a quel momento delle democrazie nelle quali il popolo si mette malvolentieri a fare politica perché non ha più speranze nell’atteggiamento dei governanti che politica non ne fanno più. Rimanda al tragico che è l’essenza della politica, al senso del momento storico, ai grandi progetti collettivi, alla politica non come futuro, ma come destino, ai grandi progetti collettivi, alla sacralità insomma della funzione. E con ciò purtroppo torniamo da dove siamo partiti, al comico di chi pensa che la popolarità sia meglio dell’ammirazione. Solo che adesso in Francia, come presidente, c’è sì un comico, ma oltre a non essere ammirato non è nemmeno popolare. E in più non fa ridere. Un clown triste”

Basta spostare l’acuta analisi di Solinas alla situazione milanese, ed il gioco  fatto. Il clown triste, il compagno virtuale Beppe Sala, quasi un ologramma nelle mani dei manipolatori di sondaggi e dei lecchini rossi del Corriere della Sera aspetta di essere seppellito dalla valanga di voti di un sindaco lepenista, mariniano o se vogliamo marinettiano e futurista, nato nelle periferie e che parli dei salotti periferici, ovvero delle panchine al freddo dove stanno impauriti gli anziani, i giovani disoccupati, le massaie, gli ex operai. Mentre la vispa teresa Balzani svolazza  e col suo fru fru tragico ammorba lo spazio degli ologrammi. Marine Berlinguer, a noi.

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