Macbeth, o della corruzione dell’anima

Cultura e spettacolo

Milano 7 Gennaio – E’ nelle sale l’ultima versione cinematografica dell’immortale capolavoro del Bardo, il Macbeth  diretto da Justin Kurzel con protagonisti Michael Fassbender e Marion Cotillard. Chi scrive lo ha appena finito di vedere. La prima reazione, a caldo è… Potente. È un adattamento potente. In primis la produzione ha fatto una scelta coraggiosa, i dialoghi sono quelli originali, quindi tutta l’attenzione si è riversata sul set e sul linguaggio non scritto e non parlato. In secondo luogo si è scelto con estrema attenzione a cosa puntare. In terzo luogo, effettivamente, Fassbender e Cotillard sono entrati davvero nella parte. macbeth-filmLa forza, quindi, sta nei temi, nella loro resa visiva e nell’idea che il regista ha messo. Ancora una valutazione preliminare prima di entrare in medias res: il regista non calca mai la mano sugli effetti speciali. E questo, personalmente, un po’ mi ha deluso. Per me Macbeth è la seconda opera, dopo Sogno di Una Notte di Mezza Estate, più “magica” di Shakespeare. Le tre streghe, il fantasma di Banqo. Il Bosco che marcia sul Castello. Sono tutte cose che, secondo me, avrebbero meritato molto di più. Molta più magia, appunto. Il regista caldamente dissente e si concentra molto di più sulla luce. La luce è il terzo protagonista. Non è mai banale o scontata. Di maniera. No, è una luce simbolica ma mai scontata. Spiega, non anticipa. Tratteggia e talvolta oscura. È il Divino nel film. Un Divino però molto sfumato, poco apparente. Ed è forse questo il problema, l’unico vero problema. Io ed il regista abbiamo una visione totalmente differente del messaggio di fondo della tragedia.

Il regista parte da un soldato. Che poi scala la società e diventa un aristocratico (lo era anche prima, ovviamente, ma nel film il passaggio dal primo al secondo titolo è molto importante) per poi trovarsi davanti ad un gradino solo dal potere. Il potere è la forza che può dare un senso a due vite, quella del soldato e della moglie, distrutte dal dolore della perdita del figlio. Sul campo di battaglia il soldato ha un’allucinazione. La descrive alla moglie, che la sfrutta per ottenere la promozione sociale che le serve. Crede che una volta avuta lei sarà completa ed il marito guarito. Si sbaglia. Il marito entra in una spirale discendente ed il vuoto che ha dentro finisce per divorarla. Il finale è il riassunto di tutto questo, tutto il male si rivolge contro la coppia. E fa capolino, un’ultima volta quando il figlio di Banquo recupera la spada di MacBeth per dare origine ad un nuovo ciclo di violenza e sopraffazione. Come vedete è tutto molto terreno. Le magie sono allucinazioni, il movente è psicologico e le conseguenze sono facilmente prevedibili. Per fortuna, devo dire, l’autore non ha escluso, la mia personale visione. Anzi, le ha fornito, con la luce un supporto. Non ideale, ma comunque innegabile.

Io parto dall’idea che la vicenda sia ambientata in Scozia dal Bardo perchè, in quelle terre, una forma di spiritualità, anche rituale, antica, ctonia e pagana sia sopravvissuta molto a lungo, benchè sottotraccia. Sul campo di battaglia Macbeth sconfigge il traditore che aveva quasi spodestato il Re. Ma il Re è debole. Macbeth è leale, coraggioso e forte. Quasi arrogante. Sfida il Fato, che vorrebbe il debole soccombere. Ed il Fato, inteso non come la Tyche Greca, ma come una divinità demoniaca ed oscura, si presenta a Macbeth e gli fornisce indizi sul futuro. Gli parla, prima di presente e passato. Poi gli dice che sarà Re. Quando la moglie lo scopre comprende. Ed officia un rituale magico in cui si consacra a queste divinità. Il marito tenta di resisterle, ma in uno specchio oscuro della Caduta Edenica, alla fine cede. L’omicidio del Re è solo il sacrificio con cui anche lui si consacra al Fato. Quando diventa Re, però, scopre il vero prezzo del patto diabolico. La presa su questo mondo si allenta e lui scivola. Scivola nella nebbia della follia. Cerca di far uccidere il figlio di Banquo per romper el catene che lo stanno trascinando a fondo e fallisce. Torna ad interrogare le divinità minori che lo hanno introdotto in questo tunnel oscure e trova ulteriori tenebre. La moglie, nel frattempo, si suicida, comprendendo appieno ed a fondo in quale abisso si è gettata.. Macbeth perde l’ultimo filo di umanità e viene giustiziato sul campo di battaglia, adempiendo l’ultimo oracolo. Giustiziato perché rifiuta persino di difendersi. Non è più un uomo, è uno strumento. Scartato dal costruttore.

Qualunque visione preferiate, la regia non esclude la possiate godere appieno. È un film come detto potente. Innanzitutto e soprattutto perchè non vincola lo spettatore, ma lo lascia libero. E questa libertà, insieme al profumo di nebbia e torba dà l’impressione anche senza il 3D di camminare a fianco all’anima inquieta ed in ultima analisi danna ti MacBeeth,

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