Renzi-Padoan separati in casa. Lo scontro è totale dal fisco alle pensioni

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Milano 22 Settembre – La vita del ministro dell’Economia è sempre stata difficile. Da una parte deve muoversi entro i binari imposti da Bruxelles, dall’altro deve venire incontro alle esigenze elettorali del premier e della maggioranza del governo. Il che vuol dire conciliare gli obiettivi di risanamento dei conti pubblici che imporrebbero misure improntate all’austerità con misure pesca consensi. Gli scontri tra Berlusconi e Tremonti erano all’ordine del giorno e più volte l’ex ministro del Tesoro minacciò le dimissioni pur di non avallare politiche di spesa che avrebbero mandato in tilt il bilancio pubblico.

Con Renzi il tema del rapporto con il titolare dell’Economia si è posto sin dall’inizio. I motivi delle tensioni sono i soliti. Il premier vuole usare la legge di Stabilità come un’operazione di marketing elettorale facendo correre il deficit mentre Padoan è determinato a tenere dritta la barra del risanamento dei conti. Posizioni inconciliabili. Nell’estate 2014 si sfiora la rottura totale. Padoan ammette le difficoltà dell’economia italiana, le cui condizioni, spiega, sono meno favorevoli delle attese. Il ministro arriva a ipotizzare il ritiro del bonus degli 80 euro in busta paga. Renzi invece vede rosa e tira dritto. Non finisce qui. Sempre di un anno fa è la vicenda della cessione del 35% di Cassa depositi e prestiti Reti alla società cinese State Grid, controllata dal governo di Pechino. L’operazione serve a portare in cassa 2,1 miliardi di euro, oltre che a dare l’immagine in Europa di un’Italia che privatizza. Tuttavia, Padoan è contrario a cedere un asset strategico a un soggetto controllato da un governo straniero e per giunta esterno alla UE e potenzialmente ostile all’Europa e all’Occidente. Il premier, però, pretende l’affare e tra i due sarebbero volati gli stracci. Tra Padoan e Renzi esiste un solco insormontabile: l’uno arriva dal mondo degli uffici studi, è un esperto di economia e stimato (ex capo economista dell’Ocse). Non vorrebbe perdere la faccia in Europa, andando indietro alle improvvisazioni del premier. Questo invece ha l’esigenza, al contrario, di accreditarsi tra gli elettori come un premier lontano dall’ideologia dell’austerità e non vuole passare per un tassaiolo. Eccolo quindi annunciare, questa estate, l’eliminazione delle imposte sulla prima casa per tutti. Una promessa che piomba a sorpresa, mettendo in imbarazzo Padoan tenuto all’oscuro. Il Tesoro è costretto a correre ai ripari facendo intendere alla stampa che era tutto concordato. Ma il ministro subito si prende la rivincita e ribadisce che va bene il taglio delle tasse ma non bisogna dimenticare la copertura con la riduzione della spesa. Non una parola su Imu e Tasi. Padoan inoltre sottolinea più o meno esplicitamente che è anche quanto dice la Bce e Bruxelles. Non a caso l’eliminazione delle imposte sulla prima casa non sono state contabilizzate nel Def. Un altro terreno di scontro è quello sulle pensioni, tema altrettanto popolare. Renzi vorrebbe inserire la modifica della legge Fornero nella prossima legge di Stabilità ma Padoan gli ha messo sul tavolo il conto della spesa. Sta scritto nel Def che i risparmi di spesa determinati dall’insieme delle riforme sulle pensioni, tra il 2004 e il 2050, ammonta a 60 punti percentuali di Pil, ovvero più di 980 miliardi di euro. Il ministro gli ha detto che la riforma si può fare ma deve essere compatibile con il quadro dei conti pubblici. E quindi non potrà che essere minimo, focalizzato sulle categorie con maggiori problemi. «Sono possibili correttivi per chi è vicino ai requisiti ma in difficoltà con il lavoro», ha spiegato Padoan prima in un’intervista e poi su twitter. Quindi non si tratterà di un intervento generalizzato. Si guarderà invece alle donne e lavoratori anziani che hanno perso l’occupazione, con flessibilità mirate. «Non c’è alcuna contrapposizione» spiegano nei due palazzi romani. Per le lavoratrici, che nel settore privato dal prossimo anno dovranno uscire dal lavoro con un anno e 10 mesi di ritardo, l’ipotesi allo studio è quella di andare in pensione con 57 anni d’età e 35 di contributi, ma con tutto l’assegno calcolato col metodo contributivo. Non è un gran vantaggio perché la perdita media potrebbe essere del 25-30%. Ci sono poi i lavoratori che perdono il lavoro a pochi anni dalla pensione. In questo caso le misure allo studio sono diverse. Tra queste il cosiddetto prestito pensionistico: è l’anticipo di qualche centinaio di euro per accompagnare l’ex lavoratore e che va restituito quando scattano i criteri per la pensione. Difficili ora interventi più incisivi. L’ipotesi Damiano-Baretta, (l’uno ex ministro del Lavoro e l’altro sottosegretario all’Economia) di un taglio del 2% per ogni anno di anticipo con un limite dell’8%, e quella sulla «quota 100» tra età e contributi costerebbero rispettivamente 8,5 e 10,6 miliardi. Troppi. Ma certo in futuro il tema potrebbe tornare a proporsi.

Scontro pure sui fondi al Sud. Il premier vorrebbe drenare risorse e addirittura un ministero per il Mezzogiorno. Obiettivo: minare il centrodestra che ha nel Sud la sua base. Ma a Padoan questo piano non piace ed è convinto che non servono poliiche speciali.

Laura Della Pasqua (Il Tempo)

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