Siamo ufficialmente una colonia tedesca

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Milano 31 Luglio – L’avevamo scritto pochi giorni fa parlando del nuovo colonialismo 2.0. La realtà si è affrettata a darci ragione, con l’annuncio della vendita di Italcementi ai tedeschi. Il cerchio si sta chiudendo: le politiche di austerità imposte dalla Germania hanno messo in difficoltà le nostre aziende che ora vengono acquistate dagli stessi tedeschi. Ecco il colonialismo 2.0. Dopo cinque generazioni la famiglia Pesenti ha deciso di ritirarsi: per carità, 1,7 miliardi sono una ricompensa più che sufficiente per addolcire il dolore, ma resta il fatto che un altro pezzo della grande tradizione industriale del Paese  va via. È già successo con la Pirelli finita ai cinesi e succederà fra un po’ con la Fiat, ceduta agli americani della General Motors. Nel frattempo tutto il settore della moda è in mani francesi e migliaia di piccole e medie aziende chiudono. L’indice di fiducia continua a calare. Il filo conduttore è uno solo: si chiama stagnazione e sta spolpando l’Italia. Chi può vende e si ritira, gli altri sono costretti a chiudere. Il risultato è un impoverimento generale. Perché c’è un bel dire che in fondo non conta la proprietà purchè restino gli stabilimenti. La verità è un’altra, perché se va via il quartier generale prima o poi salta anche il lavoro. Si è visto con lavatrici, cucine e frigo: negli anni ’70 l’Italia era, da sola, il secondo produttore mondiale dopo gli Usa (tutti insieme).   Le aziende sono state vendute e oggi il governo deve sussidiare le multinazionali (in genere con contributi alla ricerca) perché tengano aperti gli impianti rimasti. Non c’è da essere molto ottimisti: il ristagno provocato dall’euro sta rendendo l’Italia un deserto  industriale. Il caso dell’Italcementi rende tutto chiaro: l’austerità e le bastonate fiscali sulla casa hanno mandato in crisi l’industria edilizia. Senza mattoni le vendite di cemento sono crollate e alla fine la famiglia Pesenti ha deciso di gettare la spugna. Guarda caso vendendo ad un tedesco. Altri imprenditori   seguiranno la stessa strada o chiuderanno i battenti perché le politiche di rigore hanno annichilito la domanda interna.  Le esportazioni aiutano ma la loro incidenza sul Pil non arriva al 25%. Tutto il resto della ricchezza è alimentato dai consumi degli italiani, che non crescono più a causa delle politiche fiscali dettate dall’euro. Scompaiono le imprese e il lavoro, ma sulle prime pagine dei giornali e in tv c’è spazio soprattutto per i destini del sindaco di Roma Marino o del presidente della Regione Sicilia, Crocetta.

Dal blog di Ernesto Preatoni

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