Le persone e i luoghi di Milano tra storia, leggenda e attualità
A Fernanda Wittgens (1903–1957), storica dell’arte e prima donna alla direzione della Pinacoteca di Brera, Milano deve molto più della ricostruzione della sua più celebre pinacoteca: ha salvato capolavori d’arte, protetto perseguitati, affrontato il carcere fascista e restituito alla città una parte fondamentale della sua identità culturale. Eppure, il suo nome è rimasto a lungo meno conosciuto di quanto meritasse.
È nata a Milano il 3 aprile 1903, in una famiglia numerosa e culturalmente vivace. Il padre Adolfo, insegnante al liceo Parini, di origini austro-italiane, ha trasmesso ai figli l’amore per la cultura, accompagnandoli frequentemente nei musei cittadini. Un’abitudine che ha contribuito a determinare il destino della giovane Fernanda.

Dopo gli studi universitari sotto la guida dello storico dell’arte Paolo D’Ancona, nel 1928 è entrata alla Pinacoteca di Brera, dove ha incontrato Ettore Modigliani, destinato a diventare il suo maestro e principale riferimento professionale.
La sua preparazione, l’energia e le capacità organizzative l’hanno portata rapidamente a incarichi di crescente responsabilità. Nel 1940, a soli 37 anni, ha conquistato la direzione della Pinacoteca, diventando la prima donna alla guida di un grande museo statale italiano.
Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, Wittgens ha affrontato un problema drammatico: come salvare dai bombardamenti e dalle possibili requisizioni le straordinarie collezioni artistiche milanesi.
Ha organizzato il trasferimento di centinaia di opere verso rifugi più sicuri, utilizzando camion, casse improvvisate e personale ridotto. Non ha protetto soltanto i dipinti di Brera, ma anche opere del Museo Poldi Pezzoli e della Quadreria dell’Ospedale Maggiore.
Quando, nell’agosto 1943, le bombe angloamericane hanno devastato Brera, gran parte delle opere era già stata trasferita. Le sale sono andate distrutte, ma i capolavori sono sopravvissuti.Senza la sua determinazione, Milano avrebbe perso una parte insostituibile del proprio patrimonio artistico.
L’intervento non si è limitato all’arte. Dopo le leggi razziali e, soprattutto, durante l’occupazione nazista, Wittgens ha partecipato a una rete clandestina che ha aiutato perseguitati politici a raggiungere la Svizzera.Tra le persone soccorse anche il suo ex professore universitario Paolo D’Ancona, colpito dalle persecuzioni razziali.
Nella sua attività clandestina Fernanda Wittgens ha trovato tre preziose alleate: Maria Rosa Tresoldi (1894) e la sorella Ambrogina, detta Zina (1903), entrambe maestre elementari, e Adele Cappelli Vegni (1889), medico chirurgo.
Le sorelle Tresoldi hanno partecipato alla rete di assistenza ai perseguitati, offrendo rifugio e sostegno a ebrei e antifascisti. Adele Cappelli Vegni, impegnata anche nell’assistenza sociale, ha contribuito all’organizzazione degli espatri clandestini verso la Svizzera.
La loro attività, svolta a rischio della vita, è stata interrotta nel luglio 1944, quando sono state arrestate insieme a Fernanda in seguito a una delazione.
Le quattro donne sono state processate dal Tribunale speciale fascista in un procedimento ricordato come il “processo delle dame”. Una definizione quasi mondana per una vicenda drammatica che ha visto quattro donne affrontare la repressione per aver scelto di salvare altre vite umane.
Ha conosciuto prima il carcere di Como e successivamente quello milanese di San Vittore, dove ha condiviso la detenzione con la pittrice Carla Badiali.
Nelle lettere ai familiari non ha rinnegato le proprie scelte. Ha considerato il carcere una prova morale, arrivando a definirlo una tappa di perfezionamento.
Dopo mesi di prigionia, è tornata in libertà nel 1945. Per il coraggio dimostrato nel salvare persone perseguitate è stata riconosciuta Giusta tra le Nazioni.
Terminata la guerra, Fernanda ha affrontato una seconda impresa: restituire a Milano i suoi musei.

Con Ettore Modigliani e l’architetto Piero Portaluppi ha partecipato alla ricostruzione della Pinacoteca. Il 9 giugno 1950, alla presenza delle massime autorità, è stata inaugurata la Brera ricostruita. Una rinascita che ha rappresentato anche il simbolo della volontà milanese di risollevarsi dalle distruzioni..
Ma Wittgens ha voluto andare oltre. Ha immaginato un museo non riservato agli studiosi o alle classi privilegiate, bensì aperto a tutti: studenti, operai, pensionati, persone con disabilità.
Ha promosso visite guidate, attività didattiche e iniziative popolari, anticipando quella concezione del museo come luogo di educazione e partecipazione collettiva che oggi consideriamo naturale.
Ha inoltre contribuito al recupero di altri importanti istituti culturali milanesi e si è impegnata perché la città acquistasse la Pietà Rondanini di Michelangelo, oggi conservata al Castello Sforzesco.
Una curiosità particolarmente significativa riguarda la sua idea di museo. Nel 1956 ha organizzato la manifestazione Fiori a Brera, facendo dialogare arte e composizioni floreali: in appena sette giorni la Pinacoteca ha registrato circa 180.000 visitatori, una cifra eccezionale per l’epoca.
Un’altra particolarità è stata la sua attenzione ai bambini. Accompagnava personalmente gruppi di scolari nelle sale, invitandoli a osservare e disegnare ciò che li colpiva. Per lei il museo non doveva soltanto custodire il passato, ma formare i cittadini del futuro.
Nel 1954 ha ricevuto la medaglia d’oro dei Benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte e l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Fernanda Wittgens è morta a Milano l’11 luglio 1957, a soli 54 anni. La sua camera ardente è stata allestita davanti alla Pinacoteca di Brera, alla presenza di una folla di cittadini che hanno voluto renderle omaggio.
La sua storia ha dimostrato come la tutela della bellezza e la difesa della dignità umana possano appartenere alla medesima missione civile.
Nel nostro percorso dedicato alle donne che hanno fatto Milano, Fernanda Wittgens occupa dunque un posto particolare: non ha soltanto conservato la memoria artistica della città, ma ha difeso, rischiando la propria vita, i valori umani sui quali quella memoria si fonda.
Ben Sicchiero
A cura di Assoedilizia informa
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