Per anni l’allargamento dell’Unione europea è sembrato un progetto fermo a metà strada. Il 14 luglio, a Bruxelles, qualcosa si è rimesso in moto. Ucraina, Moldova, Albania e Montenegro hanno compiuto, nello stesso giorno, nuovi passi verso l’adesione.
Quattro Paesi diversi, quattro negoziati distinti, un solo segnale politico: l’Europa sta tornando a guardare ai propri confini come a una questione strategica. Non significa che l’Unione passerà presto da 27 a 31 Stati membri. L’adesione è un processo lungo, tecnico, soprattutto politico. Ma quattro conferenze concentrate nella stessa giornata sono un fatto rilevante, specialmente in una fase in cui guerra e instabilità hanno riportato l’allargamento al centro del dibattito europeo.
A compiere il passo più delicato sono state Ucraina e Moldova, che hanno aperto i negoziati sul Cluster 6, dedicato alle relazioni esterne. Dietro una formula burocratica si nasconde una questione concreta: per entrare nell’Unione non basta rispettarne le regole economiche o adeguare la legislazione nazionale. Un Paese candidato deve avvicinarsi anche al modo in cui l’Europa si muove nel mondo. Il Cluster 6 comprende proprio le relazioni esterne e la politica estera, di sicurezza e difesa. Per Kiev il passaggio ha un peso evidente, e così mentre la guerra continua, il percorso europeo dell’Ucraina entra nel terreno delle scelte internazionali e strategiche.
È qui che l’allargamento smette di essere solo una procedura amministrativa. Aderire all’Unione non significa solo accedere al mercato unico, ma diventare parte di una comunità politica che cerca, seppur non sempre con facilità, di costruire posizioni comuni su crisi internazionali, sanzioni e rapporti con le grandi potenze. Per Ucraina e Moldova quindi, avvicinarsi all’UE significa avvicinare progressivamente anche la propria politica estera a quella europea.
Nella stessa giornata sono arrivati segnali importanti anche dai Balcani occidentali, regione che da anni vive in una sorta di sala d’attesa dell’Unione. Il Montenegro ha chiuso altri due capitoli negoziali, su concorrenza e unione doganale. Con tutti i 33 capitoli aperti e 18 già chiusi, resta il Paese più avanzato nel processo.
Anche l’Albania ha raggiunto un passaggio storico, chiudendo per la prima volta tre capitoli su scienza e ricerca, istruzione e cultura, relazioni esterne. Sono progressi tecnici, ma la coincidenza temporale racconta qualcosa di più.
Per molto tempo l’allargamento è stato soprattutto uno strumento di trasformazione: i candidati realizzavano riforme e, in cambio, si avvicinavano all’Unione. Oggi a questa logica se ne affianca un’altra, sempre più evidente: la geopolitica.
La guerra russa contro l’Ucraina ha cambiato il modo in cui l’Europa guarda ai Paesi che si trovano tra i suoi confini e quelli delle altre potenze. Ucraina e Moldova non sono più solo Stati che aspirano a aderire: la loro collocazione futura riguarda direttamente la sicurezza del continente. Lo stesso vale, con dinamiche diverse, per i Balcani occidentali.
Lasciare per decenni Paesi come Albania e Montenegro in una prospettiva indefinita significa anche lasciare spazio all’influenza di altri attori internazionali; è per questo che oggi si parla dell’allargamento non solo come promessa, ma come strumento di politica estera. Accelerare, però, non significa abbassare gli standard. Ogni candidato deve continuare a rispettare condizioni precise su Stato di diritto, istituzioni democratiche e economia.
C’è poi una domanda che riguarda l’Unione stessa: quanto può allargarsi l’Europa senza cambiare? Un’UE con più di trenta Stati avrebbe un peso politico ed economico maggiore, ma renderebbe più complesso trovare accordi tra governi con interessi diversi. Già oggi, in alcuni settori della politica estera, la regola dell’unanimità porta spesso a inevitabili rallentamenti. L’allargamento non riguarda solo chi vuole entrare. Riguarda anche chi è già dentro. Se nuovi Stati si avvicinano all’Unione, Bruxelles dovrà interrogarsi sul proprio funzionamento, sul bilancio, sulla capacità di trasformare ventisette, e forse un giorno più di trenta, politiche nazionali in una posizione europea credibile.
I progressi di questi giorni non significano che l’ingresso nell’UE sia dietro l’angolo. Ucraina, Moldova, Albania e Montenegro hanno ancora una strada lunga davanti a sé. Ma quattro conferenze di adesione concentrate nella stessa giornata mostrano che un dossier rimasto per anni ai margini è tornato al centro dell’agenda europea.
Forse è proprio questo il cambiamento più interessante. Per decenni l’allargamento è stato soprattutto la storia di Paesi che volevano entrare in Europa. Oggi sta diventando anche la storia di un’Europa che deve decidere dove finiscono i suoi confini, chi vuole accanto a sé e quale ruolo intende avere nel mondo.
La risposta è tutt’altro che semplice e va ben oltre Bruxelles. In gioco c’è il volto dell’Europa dei prossimi decenni.
Francesca Pierri
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