L’intelligenza artificiale conosce la destinazione. Francesca conosce il motivo.

Attualità

Sono seduta all’aeroporto di Francoforte. Davanti a me scorrono centinaia di persone. Sul grande tabellone delle partenze si alternano città, orari, gate, coincidenze. Tutto si presenta ordinato, preciso, quasi perfetto.

Dietro l’ apparente semplicità lavorano sistemi sempre più sofisticati di intelligenza artificiale. Algoritmi che gestiscono i flussi dei passeggeri, ottimizzano i controlli di sicurezza, prevedono ritardi, monitorano i bagagli, supportano le decisioni operative degli aeroporti e delle compagnie aeree.

Ogni giorno milioni di persone attraversano il mondo affidandosi, spesso senza saperlo, a tecnologie che prendono decisioni in frazioni di secondo.

Eppure, mentre attendo il mio volo per il Canada, mi accorgo che c’è una domanda alla quale nessuna intelligenza artificiale saprebbe davvero rispondere.

Perché sono qui?

Non dove sto andando. Non quando arriverò. Non quale sia il numero del mio gate.

Perché sto facendo questo viaggio.

La risposta è semplice. Sto andando a Vancouver per assistere alla graduation di mia figlia Francesca.

Quasi un anno fa è partita per vivere un’esperienza di studio lontano dall’Italia, dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalle sue certezze. Ha affrontato una nuova lingua, nuove abitudini, una cultura diversa, la nostalgia di casa e la necessità di costruire nuovi punti di riferimento.

Ora quel percorso arriva a uno dei suoi momenti più significativi. Tra pochi giorni salirà su un palco per ricevere il suo diploma.

Per un genitore non è solo una cerimonia. È la materializzazione di un percorso fatto di sacrifici, di dubbi, di crescita, di fiducia e di coraggio.

Mentre guardo le persone che si affrettano verso i rispettivi imbarchi, la mia deformazione professionale mi porta di nuovo verso un tema che accompagna il mio lavoro: l’intelligenza artificiale. Ne discutiamo nei convegni. Ne scriviamo negli articoli. La regolamentiamo con nuove norme. Ci interroghiamo sui suoi rischi e sulle sue opportunità.

Ma forse, ogni tanto, dovremmo fermarci a riflettere su ciò che l’intelligenza artificiale non è.

L’intelligenza artificiale può riconoscere un volto. Ma non sa cosa significhi vedere il volto di una figlia dopo mesi di lontananza.

Può analizzare una fotografia. Ma non può comprendere il valore emotivo di quel momento.

Può elaborare miliardi di informazioni. Ma non sa attribuire significato ai ricordi.

Può prevedere comportamenti. Ma non può comprendere l’orgoglio di una madre seduta tra il pubblico durante una cerimonia di diploma.

Affascinati dalla capacità delle macchine di elaborare dati, rischiamo di dimenticare ciò che rende davvero umana una società.

Non tutto ciò che conta può essere misurato.

Non tutto ciò che ha valore produce dati.

Non tutto ciò che genera crescita compare in un report.

Una figlia che parte per un anno dall’altra parte del mondo cresce. Una madre che la lascia andare cresce con lei.

Nessun algoritmo saprebbe raccontare davvero questa trasformazione.

Può registrarla. Può descriverla. Può perfino generare un testo su di essa. Tuttavia non può viverla.

Nell’attesa dell’ imbarco, in uno degli aeroporti più tecnologici d’Europa, mi torna alla mente un pensiero che accompagna spesso le mie riflessioni sull’intelligenza artificiale.

Continuiamo a domandarci fin dove potranno arrivare le macchine. Forse dovremmo dedicare la stessa attenzione a ciò che rende insostituibili le persone.

La capacità di esserci. Di accompagnare. Di educare. Di prendersi cura. Di amare.

Sto attraversando un oceano per assistere a una cerimonia che durerà probabilmente meno di un pomeriggio. Gli algoritmi avranno fatto perfettamente il loro lavoro: avranno gestito il volo, i controlli, i bagagli e gli orari.

Se dovessi spiegare questo viaggio con la logica dell’efficienza, farei fatica a trovare argomenti convincenti.

Dal punto di vista della vita, invece, non esiste posto al mondo in cui potrei desiderare di essere. Ci sono momenti che valgono più del tempo, della distanza e perfino della fatica necessaria per raggiungerli.

E quando vedrò Francesca salire su quel palco, saprò che nessun sistema di calcolo avrebbe potuto spiegare davvero il motivo per cui ho preso questo aereo, perché alcune decisioni non nascono dai dati. Nascono dall’amore.

Avv. Simona Maruccio

simona@maruccio.it

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