Ogni giorno mi occupo di equilibri che si rompono e di regole che provano a rimettere ordine. Ma ci sono fratture che nessuna norma può sanare; si attraversano con dolore e si cerca di superarle. Questo è il mio contributo che prende spunto dall’ esperienza professionale e da un incontro speciale, in materia di diritto di famiglia.
“Cara me,
non era previsto che finisse così.
Trentasei anni non sono un errore di battitura nella biografia. Sono stagioni sovrapposte, la realizzazione della casa dei sogni, montagne di fotografie, oggetti che non si buttano perché “serviranno”. Sono vacanze condivise, discussioni ricorrenti, progetti che hanno preso forma attorno a un “noi” così solido da sembrare geologico.
Hai investito tutto. Non solo tempo. Hai investito fiducia, rinunce, scelte professionali, amicizie rimodellate. Hai investito la tua idea di vecchiaia. La pensione come una promessa di pace meritata insieme. Non era solo amore. Era architettura esistenziale.
Quando una relazione così importante finisce, non si rompe soltanto un legame. Si frantuma una narrazione. E il dolore non è lineare; è intermittente, subdolo, torna nei dettagli più innocui. Un profumo. Una canzone. Una frase che nessuno dirà più.
Ti sei chiesta dove hai sbagliato. È una tentazione quasi giuridica. Ma l’amore non è un contratto a prestazioni corrispettive. Non sempre c’è un inadempimento. A volte c’è solo un esaurimento.
Le persone cambiano traiettoria. Le promesse non sono immuni dal tempo. La chimica si modifica, i desideri migrano, le priorità si spostano.
Il dolore che provi è proporzionale all’investimento. E l’investimento era enorme. Hai creduto nel lungo periodo, nella costruzione, nella fedeltà come scelta quotidiana. Non sei stata ingenua. Sei stata coerente.
Adesso ti senti amputata. È la parola giusta. Perché non perdi solo qualcuno. Perdi la versione di te che esisteva accanto a lui. Perdi la certezza di una direzione già tracciata. Perdi il futuro così come lo avevi pianificato e questo spaventa più del passato.
Ma il lutto va attraversato senza eroismi. Non c’è dignità nel negare il dolore. C’è dignità nel restare in piedi mentre lo si sente. Nel non trasformarlo in rancore permanente. Nel non permettere che diventi la definizione di chi sei.
Hai perso il vostro progetto, però devi credere che non hai perso la capacità di progettare.
Hai perso un “noi”. Devi ricostruire il tuo “io”.
Un giorno, non subito, questo strappo diventerà cicatrice. Le cicatrici non sono segni di fallimento. Sono prova di guarigione. La pelle non torna come prima, tuttavia diventa più spessa, più consapevole del proprio limite.
E la speranza che ciò prima o poi accada, non è un sentimento ingenuo. È una decisione razionale ed obbligatoria, considerato che dentro quel “noi” c’erano anche dei figli, cresciuti tra le vostre parole, le vostre differenze, le vostre scelte. La fine di una coppia non cancella la storia di una famiglia. La trasforma. E il compito più alto, ora, è custodire quanto di buono è stato costruito per loro”.
Dedicato a chi ha investito una vita in un “noi” e si è ritrovato a dover ricominciare da “io”, come la mia cliente speciale e a tutti coloro che, pur nel dolore della separazione, scelgono di non trasformare una fine in una guerra.
Ritengo che la forza più alta consista nel sottrarre i propri figli al rumore del conflitto, scegliendo il dialogo invece della contrapposizione.
Le liti, all’interno e fuori dai Tribunali, si possono e si devono evitare, per proteggere ciò che resta, ciò che conta, ciò che continuerà oltre la fine di un amore.
Avv. Simona Maruccio

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.